11 Apr Stefania Gallo e Fashion Law Italia: il “lato giuridico” della moda
Nata a Soverato (Cz) dopo una consolidata esperienza per il mondo, ha avviato un’importante attività che protegge la proprietà intellettuale e il processo fragile e potente di chi crea, pensa, costruisce bellezza… “Il diritto – spiega – in questo contesto è fondamentale: serve a garantire trasparenza, fiducia e tutela, per chi compra e per chi crea”

In un Paese (il nostro) in cui la moda è parte integrante del patrimonio culturale, della vita e dell’identità collettiva, considerare il suo “lato giuridico” non è invece cosa di ogni giorno. Il “diritto della moda” è sovente, infatti, relegato a una dimensione secondaria, e associato si direbbe assai superficialmente ad un lusso “distante”, a qualcosa di ricercato, complicato e non essenziale.
Fashion Law Italia nasce proprio per superare questa visione ristretta, anacronistica e fuorviante, e per offrire una lettura moderna e differente: più profonda, strutturata, aggiornata, consapevole, e assolutamente funzionale e utile allo scopo. Ideato e fondato da Stefania Gallo, talento calabrese (di Soverato, Cz) trapiantata a Milano dopo un po’ di fruttuosi giri per il mondo, rappresenta oggi la prima realtà italiana interamente focalizzata sull’analisi legale applicata ai settori della moda e del lusso. È un canale di informazione, ma anche uno spazio di formazione e riflessione con l’obiettivo di rendere comprensibili e accessibili tematiche decisamente complesse e delicate, che vengono spesso e incredibilmente trascurate anche dagli stessi operatori del settore che così espongono sé stessi e le loro aziende a rischi e pericoli che potrebbero essere evitati con un’adeguata conoscenza e assistenza.

Il percorso che ha portato alla nascita di questo progetto, affonda le radici in una passione autentica coltivata fin dall’adolescenza, e nell’intuizione professionale maturata negli anni consapevole del fatto che la moda, per quanto creativa e visiva, è anche costituita da norme, da contratti, da proprietà intellettuale, da diritti, da norme internazionali e da dinamiche regolatorie complesse. Tutte questioni e temi che, se ignorati, possono compromettere il valore e l’equilibrio di una singola azienda, ma pure di un intero ecosistema industriale.
Oggi, il progetto di Fashion Law Italia si distingue per la capacità di unire un’impronta profondamente nazionale, con una proiezione decisamente estera. Il Belpaese, pur essendo uno dei poli più importanti al mondo per la moda e il lusso, si deve confrontare quotidianamente con ostacoli normativi, incertezze giuridiche e con una burocrazia spesso penalizzante; e Fashion Law Italia sta lì apposta, per assistere l’industria della moda e del lusso, sviluppando un parallelo e costante dialogo con altri settori che condividono lo stesso livello di sofisticazione, valore simbolico e complessità normativa della moda: la nautica, l’orologeria, l’arte, l’hotellerie di alta gamma, l’enogastronomia d’eccellenza, l’aviazione privata, il real estate di pregio. Ambiti diversi, ma neppure tanto, visto che sono accomunati dalla medesima necessità di tutela, tracciabilità, regolamentazione, e appunto, protezione legale. Il diritto, in questo contesto, non è una barriera, ma uno strumento strategico di cui è necessario avvalersi per governare l’eccellenza.

al Congresso di diritto della moda
Il progetto si rivolge allo stesso tempo alle piccole e medie imprese italiane che pur non operando nella fascia ultra-lusso condividono i valori dell’artigianalità, dell’alta qualità e dell’identità territoriale, e che rappresentano il cuore del tessuto produttivo italiano che va ad affrontare il mercato globale senza avere talvolta gli strumenti adeguati a difendere ciò che viene creato.
Fashion Law Italia si pone, dunque, come uno spazio di approfondimento e orientamento diagonale, capace di dialogare con chi produce valore, bellezza e cultura a qualsiasi scala. A rendere possibile questo approccio trasversale, è un team multidisciplinare composto da professionisti specializzati nelle diverse aree del diritto. La community che lo segue è ampia e diversificata: studenti di giurisprudenza ed economia, avvocati, professionisti del settore moda, imprenditori, designer, consulenti, tutti accomunati dal desiderio di comprendere come il diritto possa diventare uno strumento di protezione, di crescita e di visione. Nato da una vocazione personale e cresciuto attraverso la competenza, Fashion Law Italia è la dimostrazione concreta che anche in Italia è possibile innovare, raccontare e incidere.
“Avevo solo quattordici anni quando ho lasciato la casa con i miei genitori – ci racconta Stefania Gallo -. Volevo frequentare il Liceo classico, ma non intendevo rinunciare al Conservatorio: un sogno quasi impossibile da ‘incastrare’ nella realtà di un’adolescente. Ma ne ero certa. Non avevo dubbi, solo una direzione chiara… Così mi sono trasferita a Catanzaro, in Convitto. Tornavo a casa ogni due settimane. Non è stato semplice: ha significato rinunciare a tutto quello che era casa, abitudini, voci, tavola condivisa, affetti, in un’età prematura. I miei genitori hanno creduto in me. Hanno visto la luce nei miei occhi, e non potevano ignorarla. Non hanno mai fermato il mio passo, anzi, l’hanno accompagnato. Mia madre, ogni due giorni faceva chilometri per portarmi in Conservatorio “Tchaikovsky” a Nocera Terinese (CZ). Non una volta, non una settimana: per anni… E mai una lamentela, mai un ‘è troppo!’. In silenzio, con forza, mi ha insegnato che l’amore più grande è quello che ti fa crescere anche se ti allontana”.

sopra, a Scilla; sotto, a Capo Vaticano e Stilo
Continuiamo nel racconto biografico…
“La mia tesi di laurea inizia con una dedica vera, importante, forte, che vorrei ricordare, ecco: ‘ai miei genitori, che hanno messo alla mia vita come unico limite l’infinito’. Ho concluso il Liceo classico e il Conservatorio nello stesso anno. Mi sono laureata in flauto traverso due mesi dopo la maturità. Quel periodo della mia vita ha richiesto disciplina, concentrazione e per alcuni versi anche solitudine. Ho imparato a stare dentro le cose: a non mollare, a respirare la fatica senza farmene schiacciare, a cercare armonia tra struttura e libertà, tra rigore e immaginazione. Poi è arrivata Giurisprudenza, una nuova vocazione. Ho scoperto il mondo della proprietà intellettuale e ho capito che dopo aver coltivato per anni la creatività, volevo proteggerla, tutelare ciò che conoscevo dall’interno: il processo fragile e potente di chi crea, pensa, costruisce bellezza. Oggi è quello che faccio ogni giorno. A Bologna mi sono laureata, poi sono stata a Roma, Oxford, Londra e ora Milano. Tutto è cominciato a quattordici anni, con una valigia, una convinzione incrollabile e come detto due genitori che mi hanno insegnato a non avere paura delle scelte difficili. Non ho mai cambiato direzione, solo ampliato la strada. E se oggi parlo di tutele, di eccellenza, di cultura giuridica, è perché ho imparato che nessun sogno esiste davvero, se prima non lo si protegge…”.
Rimpianti per questa scelta da “expat”?

“Ogni scelta, ogni strada intrapresa è stata consapevole e libera, spinta da una fiamma che in certi momenti si è affievolita, in altri si è fatta più luminosa. Ma mai, neppure per un istante, si è spenta.
Un mio rimpianto, non essere stata presente negli ultimi giorni di vita di mia nonna Annamaria, che è stata per me una seconda mamma. Quando sono rientrata a casa, ho visto tanta gente… ho capito che non avrei mai più potuto dirle quanto bene le volessi. Ma spero che, da qualche parte, lei lo sappia, e che sia fiera di me, fiera di questo cammino che forse non ha visto compiere, ma che ha certamente contribuito a far cominciare”.
Il lavoro nella moda: cosa Le piace di più e cosa meno?
“Mi piace il fatto che è un linguaggio. Che racconta il tempo in cui viviamo, che interpreta l’identità. Amo l’energia creativa che la attraversa e la sua connessione profonda con cultura, arte, storia. Mi piacciono meno la frenesia che spesso sacrifica il contenuto per l’immagine, e le logiche a volte spietate di un sistema che dovrebbe proteggere chi crea, non sfruttarlo”.
E che dice dell’idea di lavorare per il made in Calabria?

“È una visione che porto dentro da sempre. Credo che la bellezza autentica della Calabria meriti un racconto nuovo, diverso, più consapevole. E vorrei che le imprese del territorio avessero gli strumenti per tutelare ciò che fanno, per proteggere l’unicità delle loro mani, dei loro prodotti, delle loro storie. Il made in Calabria esiste, eccome! Ha solo bisogno di essere riconosciuto”.
Cosa significa per Lei eleganza? E cosa significa eleganza “dégagé”?
“L’eleganza è coerenza. È l’armonia tra ciò che sei e ciò che mostri. È sobrietà, misura, profondità. L’eleganza dégagé, per me, è quella che non si impone, che non ha bisogno di essere dimostrata. È l’eleganza di chi è a proprio agio con sé stesso, di chi non cerca approvazione. È libertà, con grazia”.
Con l’e-commerce cosa è cambiato?
“Tutto. Il modo di consumare, di comunicare, di costruire un brand. L’e-commerce ha dato accesso, ma ha tolto sacralità all’esperienza fisica. Ha velocizzato il desiderio, ma spesso ha impoverito il racconto. Il diritto, in questo contesto, è fondamentale: serve a garantire trasparenza, fiducia e tutela, per chi compra e per chi crea”.
Cosa pensa della Calabria e dei calabresi?
“La mia regione è un intreccio di silenzi, orgoglio e radici forti. In cuor mio, penso che chi nasce in certi luoghi impari presto a resistere, a fare i conti con la distanza e con la nostalgia. I suoi cittadini sono come la terra: duri fuori, profondi dentro. C’è un senso dell’appartenenza che non si dice, ma si sente in ogni gesto. E forse è proprio questo a legarmi anche quando sono lontana: il sapere da dove vengo, il voler restituire qualcosa a quel luogo che, pur nella sua fatica, mi ha insegnato la tenacia. La Calabria è una terra che ti insegna a conoscere le sfumature. Nulla è mai solo ciò che appare: ogni cosa ha un doppio fondo, ogni persona un’intensità. I calabresi sono orgogliosi, a volte chiusi, ma capaci di slanci generosi, di intelligenza viva, di una creatività ancestrale. Se imparassimo ad ascoltarci di più, a riconoscerci tra noi, saremmo invincibili”.

Esiste secondo Lei un’identità, una peculiarità calabrese?
“Sì, esiste. È fatta di contrasti: fatica e fierezza, lentezza e visione, rassegnazione e ribellione. È un’identità che sa di terra, di vento, di silenzi profondi. L’identità calabrese ha a che fare con la memoria, con il dolore che si trasforma in forza. E con l’incredibile capacità di rialzarsi, anche quando nessuno guarda”.
In cosa si sente calabrese? E in cosa non lo è?
“Mi sento calabrese nell’istinto di proteggere ciò che amo, in quel legame viscerale con la mia famiglia che non si spezza mai, anche a distanza. Mi sento calabrese nella tenacia ostinata con cui inseguo ciò in cui credo, nella forza silenziosa che mi porto dentro. Non mi riconosco, invece, nella rassegnazione. Non riesco ad accettare l’idea che ‘le cose vanno così’. Non l’ho mai fatto. Ho sempre creduto, con tutta me stessa, che si può costruire altro. Che si può cambiare il corso delle cose”.
Cosa manca alla Calabria, e cosa a Milano? E cosa trova solamente in Calabria e a Milano?
“Alla Calabria manca il respiro lungo, la fiducia nel futuro, la rete. Manca il coraggio di investire nei giovani. A Milano manca, forse, il tempo lento dell’ascolto, la profondità degli affetti che non hanno bisogno di essere detti. Solo in Calabria sento certi silenzi che parlano, certe albe senza filtri. Solo a Milano, invece, sento che tutto è possibile, che anche i sogni più audaci possono prendere forma”.
La Sua infanzia… ricordi, rimpianti.
“La mia infanzia è un archivio di voci, di mani che mi accompagnavano, di carezze silenziose. Ricordo il profumo del cibo, il mare d’inverno, le risate nelle stanze piene. E quanto mi mancano!”.

Il mare Ionio tra Copanello, Caminia, Soverato…
“E’ il mio orizzonte affettivo. Basta chiudere gli occhi per sentirne il profumo. Il mare, per me, è stato rifugio, respiro, promessa. È il luogo che mi ricorda chi sono quando tutto sembra correre troppo veloce. Lì torno, sempre, anche solo con il pensiero. C’è un punto, in particolare, che porto nel cuore più di tutti: la vista sul mare di Caminia. Era la nostra tappa fissa, mia e di mia madre, quando mi riaccompagnava in Convitto. Ci fermavamo lì, in silenzio, a guardare quell’orizzonte che sapeva di libertà e di attesa. Era un momento tutto nostro, sospeso, fatto di amore e forza trattenuta. Quel mare mi ha vista crescere, partire, tornare. E continua, ogni volta, a parlarmi. Ma c’è un altro luogo che amo profondamente: Serra San Bruno. Ci andavo a camminare con mio papà, e in quei momenti, quasi senza rendercene conto, ricucivamo i pezzi di tempo che la distanza aveva lasciato in sospeso. Camminavamo immersi nel verde, tra silenzi e parole, e io gli raccontavo la mia vita lontano: le conquiste, le inquietudini, le sfide. Con lui ho un legame speciale, fatto a volte di scontri, perché in fondo ci assomigliamo più di quanto ammettiamo. E forse proprio per questo lo chiamo sempre. Anche solo per raccontargli una sciocchezza, un dettaglio qualunque della giornata”.
Secondo Lei alla Calabria mancano idee? Cosa suggerisce?
“No, alla Calabria non mancano le idee… Mancano purtroppo parte delle condizioni per farle crescere. Manca la fiducia nelle idee. Il mio suggerimento è semplice: creare spazi dove le menti giovani possano esprimersi senza dover andare via. Spazi liberi, dove il talento non debba giustificarsi e il merito non sia un’eccezione. Serve una cultura che non punisca l’ambizione, ma la nutra. Solo così la Calabria smetterà di esportare le sue energie migliori e potrà finalmente trattenerle, valorizzarle, farne futuro”.
All rights reserved (©Riproduzione riservata) – Photo: Courtesy Fashion Law Italia
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