26 Ott Perché ancora Chet?
A Corigliano Calabro (Cs) un viaggio nell’anima del grande trombettista Chet Baker tra immagini rubate, suoni ritrovati e l’eco immortale del jazz
Non smette mai di parlarci, Chet Baker. Anche ora che il tempo ne ha velato il volto, la sua musica continua a risuonare come un soffio fragile e ostinato, capace di attraversare generazioni, luoghi e silenzi. Ed è forse per questo che, ancora una volta, gli si rende omaggio: non per nostalgia, ma per il bisogno di comprendere un mistero che non si esaurisce.

Non si smette mai di parlare di Chet Baker… E giustamente, perché la sua indiscutibile grandezza di interprete e compositore nel jazz ha lasciato un segno, ed è ancora in buona parte da approfondire. La sua musica è stata oggetto di studi e pure, buono a sapersi, numerose tesi di laurea: segno di un interesse anche “accademico” vivo e in crescita.
Michele Minisci ce ne segnala sei, quelle di: Daniele Odorici, Conservatorio Pergolesi, Fermo, A.A. 2015, titolo tesi: The Blue Singer. Coach: Lorena Fontana; Ignazio Lo Baido, Conservatorio A. Scontrino di Trapani, Partinico (PA), A.A. 2016/17, titolo tesi: Chet Baker: il suono, la sonorità e il linguaggio improvvisato vocale e strumentale a confronto.; Michele Sallicandro, Conservatorio N. Sala di Benevento, Castel Baronia (AV), A.A. 2017/18, titolo tesi: Chet Baker e Nat King Cole: due vocalità e due stili a confronto; Dario Montenigro, Conservatorio N. Sala di Benevento, Apice (BN), A.A. 2017/18, titolo tesi: Chet Baker e Miles Davis: due stili a confronto; Lorenzo Maraga, Conservatorio C. Pollini di Padova-Treviso, A.A. 2024/25, titolo tesi: “Il mio domani” – Suono e fragilità; l’identità musicale di Chet Baker oltre il virtuosismo, seguito dall’insegnante di canto Veronica Farnararo; e last but not least Claudio Marchesano, Conservatorio di Nocera Terinese (CZ), che la discuterà il 29 ottobre prossimo. Queste tesi, insieme a corsi, stage e saggi dedicati ai suoi brani più famosi, dimostrano che l’interesse per Chet Baker non conosce confini né generazioni.

A Corigliano Calabro, nel cuore antico della Calabria, il Vintage Cafè ha accolto una mostra fotografica dedicata a Chet Baker che non è semplice esposizione, ma atto d’amore e di memoria. Curata da Michele Minisci, già direttore artistico del leggendario Naima Jazz Club di Forlì – dove Chet suonò nel lontano 1984 – si presenta come un racconto visivo di rara intensità. Oltre cento fotografie tracciano un percorso intimo e inedito, costruito non con gli scatti patinati dei professionisti, ma con le immagini catturate dagli spettatori, dagli anonimi amanti del jazz che, in ogni angolo del mondo, hanno saputo cogliere un gesto, un sorriso, un lampo di malinconia del grande trombettista. Fotografie “vive”, dunque, imperfette, autentiche, che restituiscono la verità di un uomo prima ancora che di un mito.
Non poteva esserci luogo più adatto di Corigliano Calabro, città che da anni ospita uno dei Festival della Fotografia più vitali del Sud Italia, per accogliere un tributo visivo di tale profondità. Qui, dove lo sguardo è giustamente coltivato come forma d’arte e di racconto, l’immagine trova una casa naturale, e la figura di Chet Baker si intreccia con la tradizione locale di luce, memoria e visione. E poi, come in un film che riemerge dall’oblio, durante l’inaugurazione è tornata a vibrare la voce di Chet: una registrazione del concerto forlivese del 1984, creduta perduta per decenni e riapparsa quasi per caso da New Orleans, dove un ignoto spettatore l’aveva custodita. Un frammento di tempo che si riapre, un miracolo sonoro che riporta in vita l’atmosfera di quella notte lontana.

dove Chet Baker morì nel 1988
La mostra di Corigliano non risponde alla domanda “Perché ancora Chet?”, ma la rilancia con dolcezza. Forse perché, in ogni nota e in ogni sguardo catturato da queste immagini, c’è un frammento di noi: il desiderio di bellezza, la vulnerabilità, la ricerca di un domani che suoni ancora vero.
Photo credits: courtesy archivio Michele Minisci
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