08 Dic Mario Ridola e la magia della pittura verista: da Napoli, all’impero coloniale, a Catanzaro
A cura di Bruno Castagna per le edizioni Pubblisfera la dettagliata, corposa e sorprendente biografia del grande pittore napoletano innamorato della Calabria, in prima presentazione il 27 dicembre nel capoluogo calabro

Venerdì 27 dicembre nella suggestiva cornice di Palazzo Grimaldi Conidi, a Catanzaro, la presentazione del volume di Bruno Castagna giornalista e scrittore: “Mario Ridola. La magia della pittura verista”, edito da Pubblisfera: un’accurata, puntuale e corposa biografia con una raccolta di foto dei dipinti del grande artista (tutto da riscoprire) nato a Napoli nel 1890 e approdato a Catanzaro nel 1926 dove operò lungamente e si spense nel 1973. Alla manifestazione, coordinata dalla dirigente scolastica e scrittrice Assunta Morrone, gli interventi previsti dell’avvocato Maria Claudia Conidi Ridola; di Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine regionale dei giornalisti della Calabria; di Lara Caccia, storica dell’arte, docente all’Accademia di Belle Arti.
Ancor prima che eccellente pittore, uomo di cultura e intellettuale attento e capace di ambientarsi nei luoghi dove soggiornò da militare, Mario Ridola divenne ben presto uno stimato ritrattista. La sua formazione si svolse prima a Napoli, all’Accademia di Belle Arti, dove fu allievo di Vincenzo Volpe, Stanislao Lista e Michele Cammarano di cui divenne prediletto. Poi all’Ecole Supérieure des Beaux Arts di Parigi. Quindi ad Anversa. Dopo la Grande guerra, divenne pittore coloniale in Libia, e proprio a Bengasi nel 1925, nei locali del nuovo Parlamento, si tenne una sua importante Mostra personale.

a Catanzaro negli anni ’60
Come ricorda Antonio Falbo, critico e storico dell’arte, fu artista assai apprezzato anche in Albania. Designato dal governo italiano alla direzione della nascente scuola di Disegno di Tirana, aderisce con entusiasmo alla cosiddetta “Scuola d’Albania” che nel maggio del 1931 al Café Kursal di Tirana aveva radunato un gruppo di pittori e scultori che aveva riscosso immediato successo: Andrea Kushi, Odhise Paskali, Abdurrahim Buza e il poeta Lasgush Poradeci. Nel gennaio del 1932 d’intesa tra autorità italiane e governo albanese nasce la prima Scuola di disegno-Accademia di Belle Arti a Tirana: un’iniziativa accolta con favore da un’intera generazione di giovani artisti, che contribuisce in maniera significativa alla diffusione del verismo in area balcanica, ponendo particolare attenzione allo studio dei valori folkloristici e culturali locali.
Con gran parte della diffusione di questa sua “fase” albanese, conservata nel Palazzo Reale di Tirana, la pittura di Ridola segna seriamente il suo tempo, non potendo d’altronde passare inosservata innanzitutto perché sorretta da un autentico “virtuosismo” capace di dare freschezza e veridicità alle “impressioni” identificate soprattutto nei ritratti e nei soggetti orientalisti eseguiti in modo estemporaneo ma impeccabile nelle colonie della Cirenaica. E poi per la sua abilità di mano, guidata da una prodigiosa facoltà mnemonica, che lo fa diventare apprezzato “descrittore”, “narratore” e “fotografo” ammirevole e incantevole di luoghi, ambienti, avvenimenti e persone.

Alcune sue pregevoli opere si possono ammirare oggi a Catanzaro nella collezione della Camera di Commercio, a Roma nel Museo delle Civiltà, a Tirana nella Galleria di Arte moderna, oltre che in varie collezioni private, e si tratta sempre di lavori sorprendenti ed emozionati, con Ridola che – scrive Falbo -: “può esser considerato come un regista e scenografo di cambiamenti repentini, quasi un reporter, un retore che con i mezzi dell’arte seppe trasmettere gli aspetti più autentici dell’antropologia culturale dei luoghi vissuti”.
Oggi il collezionismo mondiale si contende giustamente le sue opere, specie i dipinti di carattere orientalista, che continuano a raggiungere cifre importanti nelle aggiudicazioni delle case d’asta più prestigiose. E così finalmente, dopo tanto oblio, la critica si va mobilitando per la sua riscoperta e la sua giusta collocazione storico-artistica, a cominciare dagli archivi dei pittori calabresi tra Otto e Novecento curati da Antonio Falbo, e appunto ora da questo atteso, opportuno, importante e davvero lusinghiero lavoro di Bruno Castagna, cui è doveroso tributare merito anche perché – come spiega in prefazione al libro Donatella Monteverdi, assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro: “rende la città pienamente partecipe di una vicenda artistica che è anch’essa storia ma collettiva, patrimonio comune che riemerge in un volume di cui sicuramente c’era bisogno (…) che colma autorevolmente il vuoto che ci separava dalle cronache nazionali e locali – la gran parte lontane addirittura di decenni – che raccontarono un pittore di robusta formazione, che seppe costruire nel tempo un suo stile originale e lo fece da cosmopolita muovendosi tra Napoli, la Libia, l’Albania, Catanzaro – sua città di adozione, ottenendo riconoscimenti di indiscutibile valore, anche per l’impegno speso nella promozione e nella conoscenza delle arti figurative”.

Partenopeo di origine, dunque (nato nel quartiere Stella da Alfonso e Maria Consiglia Murolo, il padre il primo avvocato del Comune di Napoli e fondatore dell’Albo scientifico letterario il “Manzoni”, era originario di Matera) Ridola si porta a Catanzaro dove è insegnante di Disegno e dove rimane sino al 1973, anno della scomparsa. Considera con orgoglio il capoluogo calabro come una sua seconda patria. Qui presta la propria opera nel Liceo scientifico prima di passare, nel 1959, all’Istituto per geometri. Ebbe tempo per poter coltivare la sua passione per la pittura e continuò ad esporre in Calabria e in diverse città italiane. Fu ospite nel 1957 della II Mostra Regionale di Pittura e Scultura organizzata a Catanzaro dal sindacato Artisti e Belle Arti. Una rassegna prestigiosa allestita nel Salone della Provincia dal 9 al 28 febbraio dello stesso anno, riscosse grande successo di vendite, critica e pubblico, essendo stata visitata da oltre quattromila persone. Vi presero parte trentadue pittori, tre scultori e un incisore”
Tra i nomi di spicco – osserverà Emilia Zinzi, insegnante di Storia dell’arte nel Liceo Galluppi della città capoluogo, in una nota pubblicata su Calabria Letteraria del marzo-aprile 1957 – quelli di Andrea Cefaly, Fausto e Guido Parentela, Eugenio Galiano, Giuseppe Rito, e appunto Mario Ridola che innamorato della bellezza della Calabria, si abbandona alle suggestioni dello spettacolo naturale che ritrae con schietta e amorosa fedeltà al vero, presente all’esposizione con tre serene e luminose visioni della regione, fra le quali un paesaggio con lo Jonio risonante che spumeggia sulle sabbie di Copanello, Caminia e Soverato, riflettendo la luce fra gli ombrelloni di tela e la pelle abbronzata dei bagnanti.

proprietà Bruno Castagna
Una “personale” di Ridola si tiene poi nel vecchio Liceo “Galluppi” in cui primeggiano i suoi lavori marini, quelli con le strade di campagna e le greggi, e i tramonti sulle colline e in Sila. “La sua pittura – spiega ancora Falbo – fu sorretta da un virtuosismo difficilmente superabile, la freschezza delle impressioni si identificò soprattutto nei ritratti e nei soggetti orientalisti, che eseguì in modo estemporaneo nelle colonie della Cirenaica. La sua abilità di mano, sorretta da una prodigiosa facoltà mnemonica, lo fece diventare puntuale descrittore di luoghi, avvenimenti e persone”.
Tornando alla sua biografia ripercorsa con estrema puntualità da Castagna, Ridola fin da giovanissimo dimostra grande passione per la pittura. Frequenta lo studio di un famoso maestro, Vincenzo Irolli, artista noto in tutt’Europa, alla cui scuola apprende i dettami di un verismo autentico. Nel 1909 si iscrive all’Accademia di Belle arti ed è allievo di Vincenzo Volpe, professore di pittura di figura, e di Michele Cammarano, docente di pittura di paesaggio. In quel luogo sacro delle arti figurative, avevano avuto un ruolo di primissimo piano personalità come Domenico Morelli, Stanislao Lista, e, da ultimo, Achille d’Orsi titolare della cattedra di Scultura e presidente del Regio Istituto. L’esordio, in una rassegna d’arte di un certo prestigio, avviene nel dicembre del 1909 in occasione della “Prima Mostra d’Arte Nazionale”, curata dell’Associazione Bernardo Celentano.
Nel dicembre del 1911 Ridola partecipa alla XXXIV Esposizione d’arte della “Società Promotrice Salvator Rosa”; ai primi del 1912 alla XXXV Edizione con il dipinto dal titolo Napoletana e tra aprile e maggio alla “Esposizione primaverile di Belle Arti di Firenze”, con il ritratto Testa di vecchio. Nel luglio del 1913 consegue il diploma dell’Accademia di Belle Arti e nella primavera del 1914 si riaffaccia al consueto incontro annuale della “Salvator Rosa”. Per l’occasione espone tre dipinti: Dai Camaldoli, Al Sole, Ritratto di mia sorella.

Collezione privata, Catanzaro
Nel mese di settembre, risponde alla chiamata della leva. È militare e, insieme, artista. Parte per la Libia nel settembre del 1916, e vi trascorre lunghi anni della sua vita, proprio come il suo maestro Cammarano, che molto addietro aveva trascorso quattro anni in Eritrea. Riesce a fermare nelle sue tele le visioni indimenticabili dei paesaggi, dei luoghi, degli istanti di vita della gente che vive ancora nel passato, seguendo le antiche tradizioni della sua cultura. Durante il suo soggiorno in Africa, ha modo di studiare e ritrarre una serie di soggetti arabi e orientali, la ragione per cui è stato definito dai critici d’arte “pittore orientalista. Espone a Derna, in Cirenaica, nel 1922; partecipa con alcuni suoi dipinti a prestigiose rassegne a Buenos Ayres, alla Biennale di Venezia nel 1924, e nel 1925 alla mostra coloniale di Fiume.
Prima di lasciare definitivamente l’Africa tiene un’ultima esposizione a Bengasi. Dell’evento si occupa il periodico l’Italia Coloniale: “Il pittore Mario Ridola ha esposto in Bengasi, in alcuni locali concessi dal nuovo palazzo del Governo, un buon numero di quadri, tutti di soggetto cirenaico. II Ridola che vive da molti anni in questa nostra colonia, già ufficiale nelle R. Truppe Coloniali, ha raccolto e riprodotto usi, costumi, paesaggi, tipi di donne arabe di Cirene, aspetti della piccola oasi di Derna. I suoi quadri molto ammirati furono in gran parte acquistati da privati, dal Governo, dal Municipio, da S. E. il Governatore”. Per le ricorrenti raffigurazioni di donne arabe intente in varie occupazioni: Danzatrice, La fanciulla di Cirene, Suonatrice di Tarbuka, Giovane araba di Cirene, Orsino Orsini, giornalista di origini siciliane, vicedirettore del Corriere della Cirenaica, in una nota su “La Tribuna” del 4 novembre 1925, definisce Ridola “Il pittore delle ‘Mabruke’”.
Partito dalla Cirenaica, fa rientro in patria, destinazione Catanzaro, una svolta della sua vita, dove conosce e sposa nel 1928 la nobildonna catanzarese Francesca Suriani, discendente di un’importante famiglia del luogo, i Marincola. Nel 1928, il trasferimento a Trieste, e successivamente a Gorizia. Prende parte alle esposizioni internazionali di Anversa nel 1930 e Parigi nel 1931.

Archivio fotografico Antonio Falbo
Successivamente, per l’artista si apre la pagina albanese. Il Ministero delle colonie promuove un ambizioso progetto per avvalersi delle sue competenze fuori dai confini nazionali, appunto a Tirana. Ottiene i gradi di capitano e, sebbene militare, è designato dal governo italiano alla Direzione della nascente Scuola di disegno della capitale albanese. D’intesa con le autorità militari italiane, con a capo il comandante Pariani, accetta di ricoprire il prestigioso incarico e si impegna a individuare i ragazzi più capaci, incentivandoli con borse di studio. Superate le difficoltà iniziali, la scuola prende a funzionare bene. Pariani diviene suo estimatore e ne asseconda le richieste. Lo ha come amico e lo introduce al cospetto di Re Zog e della sua famiglia. È al suo fianco nella mostra organizzata nel giugno del 1932: “Nell’opera di ricostruzione dell’Albania ho ritenuto sviluppare a mezzo dei nostri organizzatori anche il campo artistico. Il primo risultato di una certa importanza fu questa mostra (…). La prima esposizione d’arte fu fatta in Albania sotto la vibrante azione degli organizzatori italiani (tutti ufficiali)”.
Ancora oggi alla Galleria Nazionale della capitale è possibile ammirare uno dei suoi quadri più prestigiosi, Il Pazari (Il Vecchio mercato). “Di altre tele ‘albanesi’ – chiarisce Bruno Castagna – è stato possibile reperire soltanto un buon numero di immagini presso la Biblioteca delle Civiche raccolte di Milano. Le foto, tratte da un album del Fondo Pariani, mi hanno permesso di poter ammirare alcune opere pregevoli: il ritratto della principessa Rukje, quelli del ministro di Corte Eqrem Libohova e del maggiore Topallay, quello di una giovane in costume di Tirana e altre ancora”.
Conclusa l’esperienza in Albania nel 1934, Ridola rientra in patria. Si stabilisce a Roma. Alcuni suoi dipinti sono presentati alla terza edizione della Mostra d’Arte Città di Rapallo, altri, nel 1938, in una mostra alla Bottega d’Arte di via Regina Elena a Roma, altri ancora, nel 1939, alla Galleria Geri di Milano. Lasciata la capitale Ridola trascorre con la famiglia un breve periodo a Napoli, per poi trasferirsi a Verona. Nel 1942 partecipa alla XII Mostra Sindacale d’Arte del Veneto, che si tiene al Palazzo della Gran Guardia dal 9 maggio al 15 giugno. Soggiorna nella città scaligera fino al 1947. Chiusa definitivamente la sua esperienza militare si trasferisce con la famiglia a Catanzaro, ultima sede del suo incessante viaggiare all’estero e in Italia. Ottiene di poter insegnare in alcuni Istituti scolastici cittadini. Si dedica alla famiglia. Diventa nonno.

dipinge un paesaggio di Tirana (1932)
Ha tempo per poter coltivare la sua passione per la pittura e continua ad esporre in Calabria e in diverse città italiane. Alcune biografie edite su importanti saggi citano come possibili sedi di esposizioni: Napoli, Positano e Trieste. Espone a Catanzaro nel 1960. A Crotone, l’anno successivo, nella sede dell’Istituto industriale Donegani. Ne riferisce ampiamente la Gazzetta del Sud. Un curato trafiletto apparve il 15 luglio anche sulle colonne del settimanale Magna Græcia, grazie alla sensibilità del suo direttore Gaetano Asturi, notoriamente appassionato d’arte ed in particolar modo di pittura.
Nella quiete del suo studio Ridola trascorre due anni tra le gioie della sua famiglia e una compagine di nipoti sempre più numerosa. Nel 1963 è invitato a tenere una personale nei locali dello storico Circolo Unione, a Palazzo Fazzari. Benché avanti negli anni mantiene proficui contatti con artisti e intellettuali, e, soprattutto, continua a dipingere. Raffigura paesaggi, fiori, nature morte, ritratti, che, nel giugno del 1966 espone alla galleria d’arte “Il Pentagono” di Nicastro. Nell’autunno del 1969 imposta, e porta a termine, un nuovo lavoro. Nell’estate del 1971 allestisce una nuova mostra nel salone del Motel di Copanello di Stalettì, il suo ultimo, vero, appuntamento in pubblico (sempre a Stalettì, l’estate scorsa, un bel ricordo del pittore a cura di Roberto Messina e Antonio Falbo nel cartellone degli incontri culturali del Comune). Mario Ridola muore qualche tempo dopo, a Catanzaro, nella sua casa di via Cefaly, il 26 febbraio del 1973.
Foto, gentile concessione Bruno Castagna – Archivio fotografico Antonio Falbo
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