19 Mag Maria Antonietta Aiello, da Marzi (Cs) alla guida dell’Università del Salento per ripensare l’Ateneo e la sua necessaria trasformazione
Originaria del paese calabrese della Valle del Savuto, ha sguardo internazionale: il profilo di una rettrice chiamata al cambiamento e all’innovazione nella continuità

Non tutte le traiettorie accademiche iniziano nei grandi centri. Alcune prendono forma lontano, in luoghi che raramente finiscono nelle mappe del potere culturale. Maria Antonietta Aiello, oggi rettrice dell’Università del Salento, arriva da lì: da Marzi, piccolo paese della provincia di Cosenza, adagiato tra le alture della Valle del Savuto. Un luogo discreto, dove il tempo scorre ancora seguendo ritmi comunitari, tra tradizioni locali e relazioni che resistono. È lì che Aiello torna quando può, e dove restano i legami più profondi, quelli che non si interrompono nemmeno quando la vita porta altrove. Marzi, con la sua dimensione raccolta e il suo patrimonio di memorie, continua a essere un punto di riferimento silenzioso ma costante. Oggi, quella stessa traiettoria la conduce alla guida di un’università del Sud in piena trasformazione. Non una semplice posizione istituzionale, ma un osservatorio privilegiato sulle metamorfosi del sistema accademico italiano.
Il cammino di Maria Antonietta Aiello si sviluppa dentro il mondo dell’ingegneria civile, ma senza mai restarne confinato. Professoressa ordinaria, ha lavorato sui temi della sicurezza e sullo sviluppo di nuove tecniche e di materiali sostenibili e innovativi. Dal dottorato in poi, la sua attività si è intrecciata con esperienze internazionali, collaborazioni scientifiche e partecipazione a progetti europei. Una produzione accademica ampia, disseminata tra riviste e conferenze, che racconta una ricerca attenta tanto alla dimensione tecnologica quanto alle sue implicazioni più ampie.
Nel tempo, al lavoro scientifico si è affiancata una crescente responsabilità istituzionale: incarichi di governo accademico, il ruolo di prorettrice e infine la nomina a rettrice.
Fare ricerca, le abbiamo chiesto, oggi significa ancora interrogarsi sul proprio ruolo?
“La ricerca è la linfa della nostra professione ed è il motore della crescita. Occupa un ruolo strategico per l’Università, in quanto, nel generare conoscenza, alimenta innovazione nella didattica e favorisce legami con altri enti, istituzioni, imprese, attori sociali del territorio: dalla dimensione locale a quella internazionale; crea nuove opportunità e accresce il prestigio e la buona reputazione dell’Ateneo. Per tutte queste ragioni l’impegno mio come Rettrice, della mia squadra e della comunità che rappresento è molto orientato alla valorizzazione della ricerca.”
La sua elezione alla guida dell’Università del Salento non è un fatto neutro. È arrivata in un momento in cui le università italiane stanno cercando nuovi equilibri, tra vincoli strutturali e necessità di innovazione. E anche in un contesto in cui le donne ai vertici restano ancora una minoranza. Eppure, nel suo caso, la dimensione simbolica non esaurisce la questione. Il tratto più evidente della sua leadership è una visione orientata: attenzione alla qualità della didattica, apertura internazionale, dialogo continuo con il territorio.

“Luce del Sud”, in occasione dell’evento di riconoscenza sociale e culturale a Marzi il 30 ottobre 2025.
Qual è il passaggio più delicato nel guidare un ateneo oggi?
“Le sfide per l’Università pubblica sono molteplici, ancor più per le difficoltà imposte anche da tagli ai finanziamenti, ma non bisogna demordere, creare alleanze con altre istituzioni e imprese e perseguire con molto impegno obiettivi molto ambiziosi, che abbiano ricadute importanti per la collettività. La difficoltà maggiore è proprio quella di far convergere gli sforzi comuni verso obiettivi condivisi e puntare sull’innovazione come leva di sviluppo del territorio”.
L’Università del Salento, sotto la sua guida, prova a muoversi proprio lungo questa linea sottile: innovare senza perdere radicamento. Crescere a Marzi significa confrontarsi presto con le possibilità del Sud. Non come categoria astratta, ma come esperienza concreta: opportunità diseguali, mobilità necessaria, desiderio di riscatto. Il paese conserva una dimensione autentica, fatta di legami diretti e di un rapporto ancora forte con il territorio. Un microcosmo che racconta molto dell’Italia meno visibile, ma non per questo meno significativa. Quanto pesa, oggi, quel punto di partenza?
“Pesa nel senso migliore del temine. Ti dà consapevolezza. Sai da dove vieni, conosci le difficoltà ma anche le risorse di questi luoghi. Tutto ciò orienta il tuo approccio e di conseguenza il modo in cui ti impegni a favore anche dell’Università e del suo ruolo nella società.”
Il passaggio dalla Calabria al Salento non è una semplice migrazione interna, ma quasi un attraversamento culturale: due territori diversi, uniti però da fragilità e potenzialità simili. Nella sua visione , l’Università non è più soltanto un’istituzione formativa. È uno spazio aperto, permeabile, in dialogo continuo con il contesto che la circonda. Una piattaforma di saperi, ma anche un attore sociale. Come immagina l’università nei prossimi anni?

“Sicuramente più coesa al suo interno, con un’attenzione e una cura al benessere di tutte le persone che ne fanno parte e più interconnessa con il mondo esterno, con una proiezione internazionale più spinta. Bisogna lavorare sull’inclusività come elemento fondante di una comunità, che sa aprirsi al confronto e valorizzare le differenze. E lavorare intensamente su innovazione e ricerca, tracciando ulteriori percorsi di apprendimento che rispecchino la complessità del reale.”
Si insiste su inclusione, contaminazione tra saperi, collaborazione. Parole chiave che, sempre più spesso, definiscono le politiche accademiche a livello globale. Il fatto che sia una donna alla guida dell’ateneo, introduce inevitabilmente un altro livello di lettura. Ma anche qui, sembra sottrarsi alle etichette facili. Cambierebbe qualcosa se più università fossero guidate da donne?
“Sarebbe un segnale importante di equità e una vera svolta culturale. Ad oggi ci sono solo 17 donne rettrici su 85 atenei italiani pubblici. E’ un numero veramente esiguo, purtroppo in linea con altre posizioni apicali di altri contesti lavorativi. Le difficoltà da superare sono ancora tante, nonostante un progressivo miglioramento, ancora molto lontano da un’effettiva parità. Non credo manchino i requisiti per una leadership femminile più diffusa, ma ci sono ostacoli legati al contesto in cui viviamo, in quanto spesso costrette a sostenere sia maggiori impegni familiari che superare pregiudizi, per rompere il famoso tetto di cristallo! Sicuramente bisogna essere molto determinate per fronteggiare queste difficoltà, ma confido molto in un futuro che premi le donne anche nella carriera, offrendo la possibilità di conciliare vita professionale e privata, con misure concrete a favore, a partire da servizi a sostegno delle madri lavoratrici”.
Una posizione questa di Maria Antonietta Aiello, che evita contrapposizioni, ma apre uno spazio di riflessione su come si esercita oggi il potere nelle istituzioni accademiche. Il contesto in cui opera non è secondario. Il Salento è un territorio stratificato, dove turismo, cultura e innovazione convivono in modo non sempre lineare. Un ambiente complesso, ma anche fertile. Qui l’Università può diventare un nodo strategico, capace di connettere risorse e generare sviluppo. L’obiettivo sarebbe chiaro: rafforzare il ruolo dell’ateneo come centro propulsivo, in grado di attrarre energie nuove e trattenere talenti. Una storia che non è solo individuale. È una narrazione che attraversa più livelli: il Sud che si muove, l’Università che cambia, la ricerca che si apre. Tiene insieme dimensioni diverse, tecnologica, sociale, territoriale, senza semplificarle. E forse è proprio questo il tratto più interessante: la capacità di abitare la complessità senza ridurla. Dalle strade di un piccolo paese calabrese alle aule di un ateneo in evoluzione, il percorso resta coerente. Cambiano i contesti, non lo sguardo. Uno sguardo che continua a partire da lontano.
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