10 Dic “L’Ape regina”: innovazione, lavoro, adattabilità e società, nel libro fotografico di Mario Greco
Pubblicato da Rubbettino il nuovo capolavoro del fotoreporter artista in-cantatore di Castagna-Carlopoli (Cz) dedicato al leggendario mezzo di locomozione e trasporto costruito dalla Piaggio
di Roberto Messina

Uscita per i tipi di Rubbettino “L’Ape regina”, nuova raccolta (e nuovo capolavoro) del sempre acuto, poetico e sorprendente Mario Greco, fotografo e artista in-cantatore di Castagna-Carlopoli (Cz), abile ritrattista, documentarista sociale e soprattutto formidabile cantore degli elementi naturali del vivere calabrese, trasposti e catturati nell’alchimia dei fotogrammi. Arguto osservatore del mondo rurale e di tutto ciò che lo rappresenta, nei suoi scatti fa infatti balzare agli occhi come pochi altri la simbiosi tra terra e uomo e la grande bellezza della natura che ancora si possono qui rintracciare e assaporare.
Una carriera da professionista, la sua, lunga ormai 45 anni, con un’interminabile sequela di reportages e attività di documentazione della Calabria vista da diversi aspetti, in particolare attraverso i suoi “personaggi”: uomini e donne al lavoro nelle campagne, tra i boschi, sugli altopiani, al mare. E stavolta, invece, a cavallo dell’Ape indimenticabile mezzo di locomozione e trasporto, con stupendi e rivelatori scatti che – come scrive Demetrio Guzzardi -: “catturano il tempo-spazio componendo empaticamente luoghi, visi, paesaggi, persone e lavoro. Elementi fisici e umani, rappresentativi di una storia naturale e sociale che è la nostra, di questi nostri paesi (…) e delle proprie radici”.
Dal dichiarato amore per il bianco e nero, Mario Greco imbattutosi nella grande arte di Sebastião Salgado, e soprattutto, e prima, in quella di Henry Cartier-Bresson il suo vero punto cardinale, ha presto iniziato a guardare con occhi diversi il lavoro tradizionale e manuale, seguendo anche il pensiero del celebre fotografo umanista brasiliano: “Nelle fotografie a colori, c’è già tutto. Una foto in bianco e nero, invece, è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco. C’è quindi un’interazione molto forte tra l’immagine e chi la guarda. La foto in bianco e nero può essere interiorizzata molto di più di una a colori, che è un prodotto praticamente finito”.

“L’Ape regina” (Rubbettino Editore)
E di lavoro, oltre che di mobilità, è fatta la storia dell’Ape Piaggio, in un’epoca in cui semplicità e ingegno riuscivano a trasformare le sfide quotidiane in opportunità. Nato dalla visione di Enrico Piaggio e dalla genialità dell’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio, questo veicolo a tre ruote ha rappresentato una delle soluzioni più innovative del Dopoguerra italiano, ed è in effetti riuscito a trasformare un mondo. Concepito in risposta alle esigenze di territori complessi come la Calabria e la Liguria, dove le strade strette e le pendenze rendevano impraticabile l’uso di camion e automobili – come spiega nella sua illuminante prefazione al libro, Nicola Arcuri che dell’Ape conosce davvero e incredibilmente ogni cosa tecnica e storica – la scelta di Genova come centro produttivo non fu casuale: la conformazione della Liguria, con i suoi terreni impervi, era un banco di prova perfetto per un mezzo maneggevole e versatile. Il nome stesso, “Ape”, evocava operosità, produttività, simboli del duro lavoro quotidiano, oltre che velocità e leggerezza.
Le prime versioni prodotte tra il 1948 e il 1950, erano spartane ma efficaci. Dotate di un motore da 125 cc e capaci di trasportare fino a 200 kg di merci, si presentavano come un’alternativa moderna ai muli e agli asini. Con una velocità massima di 40 km/h, l’Ape era in grado di ridurre drasticamente i tempi di trasporto nelle aree rurali, dove il progresso tardava ad arrivare. Pur rudimentale, questo veicolo rappresentava una rivoluzione per contadini e artigiani, che lo utilizzavano per trasportare prodotti agricoli o materiali di lavoro lungo strade altrimenti inaccessibili.

Col passare del tempo, il modello subì numerose evoluzioni. Negli anni ’60 e ’70, l’Ape divenne sinonimo di versatilità: oltre al trasporto agricolo, trovò impiego nei contesti urbani, trasformandosi in taxi, panifici mobili, gelaterie e persino veicoli ribaltabili. Un modello particolare, il “Pentarò”, con cinque ruote, conquistò notorietà nelle aree marine come la Costiera Amalfitana, grazie alla sua stabilità su terreni difficili. A Castagna, le prime Ape arrivarono intorno al 1950. Pionieri come Gennaro Arcuri e altri abitanti iniziarono a usarle per il trasporto di merci, adattandole alle proprie esigenze. Le famiglie organizzarono veri e propri “corsi” per ottenere la patente, necessaria per guidare il veicolo. Non mancarono episodi curiosi: contadini e commercianti utilizzavano l’Ape per spostarsi in condizioni di scomodità, spesso sfidando il maltempo o sovraccaricando il mezzo.

Un aspetto toccante del racconto fotografico di Mario Greco è il legame tra l’Ape e la vita quotidiana di comunità rurali come appunto Castagna-Carlopoli, in Calabria. Qui il veicolo giunse negli anni ’50, portando con sé una vera rivoluzione nel trasporto delle merci. L’Ape divenne parte integrante della routine, utilizzata in ogni condizione atmosferica, spesso sovraccaricata e spinta al limite delle sue capacità. Gli aneddoti narrati, rivelano un rapporto affettivo con il veicolo, che era molto più di un semplice mezzo di trasporto.
L’eredità dell’Ape oggi sopravvive, e il veicolo è riscoperto come un’icona storica, celebrato non solo in Italia ma anche in molte città europee, dove è utilizzato come mezzo vintage o per iniziative turistiche. Il suo design unico e la sua versatilità continuano a ispirare nostalgici e appassionati, diventando simbolo di una filosofia di vita che valorizza l’ingegno e l’adattabilità.
Foto, gentile concessione Mario Greco
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