Il principe, il monaco, la croce templare di Pauciuri rinvenuta a Malvito (Cs) realizzata in Terra Santa, e la prima cellula del Priorato di Sion

Le origini calabre di Boemondo d’Altavilla, principe di Antiochia, figlio di Roberto il Guiscardo, condottiero alla Prima crociata del 1096 al comando di un contingente di soldati della terra calabra in soccorso di papa Urbano II, di cui è documentata una misteriosa visita a San Marco Argentano

di Giovanni Cristofalo

La tomba monumentale nella necropoli di Pauciuri
in territorio di Malvito (Cs) dove è stata
rinvenuta la croce

Una delle figure centrali del mio libro “Il mistero della croce di Pauciuri” è sicuramente Boemondo d’Altavilla, personaggio che ci aiuta a ricostruire il contesto storico sul ritrovamento della croce reliquario di Pauciuri e le vicende dell’Abate Ursus, con un intreccio che altrimenti sarebbe impenetrabile e di difficile comprensione.

Sul luogo natio del normanno Boemondo Principe di Antiochia, figlio di Roberto il Guiscardo che ebbe con la prima moglie Alberada, si è detto ed insistito tanto. La questione storiografica è ancora oggi aperta, e su questo argomento occorre cautela nel prendere posizione “pro pugliese” o “pro lucana” come azzardano alcuni “tifosi” sulla spinta di un immotivato campanilismo non supportato da fonti o altri indizi di un certo peso. Proprio a Bari, un anno fa, in occasione di un meeting nazionale sui Templari, mi sono decisamente opposto a questa speculazione storiografica che va avanti da molto tempo. Sono dell’avviso, infatti, e non per spirito partigiano, che Boemondo passò gran parte della sua vita, compresa quella giovanile, in Calabria. Vedremo più avanti cosa mi porta a pensare così sul condottiero normanno e i legami che questo personaggio potrebbe avere con l’oggetto sacro rinvenuto nella tomba monumentale in località Pauciuri di Malvito.  

Tralasciando uno stuolo di cronisti locali e regionali che già dal XVIII fino al XX secolo dà per certo, sulla scorta di una perdurante tradizione letteraria, le origini sanmarchesi di Boemondo, è bene partire, a mio giudizio, dalle considerazioni di quello che è ritenuto il più grande studioso moderno dell’epopea normanna: John Julius Norwich, che nel suo pregevole e insuperabile testo “I Normanni nel sud” scrive testualmente che: “…della sua adolescenza e della sua giovinezza sappiamo ben poco. Aveva quattro anni quando sua madre Alberada fu ripudiata dal Guiscardo ma ella lo aveva educato secondo le norme di un perfetto cavaliere normanno in terra calabra…”.

Così pure, sappiamo di sicuro che al battesimo gli verrà imposto il nome di Marco, come si evince anche dall’autorevole enciclopedia Treccani, e come vuole una persistente tradizione letteraria, in onore al luogo dov’era nato e cresciuto che era, appunto, San Marco Argentano. Su queste sue origini concorda, con un intelligente ragionamento induttivo, un attento e serio studioso come il prof. Paolo Chiaselotti: “Emma, la prima figlia, nacque intorno agli anni 1052, 1053 e Marco uno o due anni dopo. Entrambi dovettero nascere a San Marco, sia perché non risulta da nessuna parte che Roberto abbia lasciato la moglie incinta in uno dei due possibili luoghi che potevano ospitarla: né a Buonalbergo, dove mancava la figura femminile familiare, indispensabile in una simile circostanza, e né presso Umfredo che si era dimostrato restio a quell’unione. Non solo, ma San Marco era il luogo da cui Roberto partiva per agire impunemente sui territori circostanti e non un luogo in cui fosse minimamente assediato o soggetto ad insidie, anzi, San Marco era il luogo più sicuro e più lontano da azioni violente di qualsiasi genere. Con un’immagine suggestiva, non lontana dalla realtà, si può affermare che San Marco era la tana del lupo, là dove i ‘cuccioli’ potevano nascere e crescere in completa sicurezza. Da ciò io deduco che sia Emma che Marco Boemondo nacquero certamente a San Marco”.

Giovanni Cristofalo e figuranti in costume
da Templare, nel castello di Malvito

Comunque sia, notizie certe su Boemondo si hanno solo intorno al 1081, rimanendo quindi oscuri i primi vent’anni della sua vita, che la maggior parte della tradizione letteraria postuma colloca nel nostro territorio. E i legami con la Puglia? È bene specificare che durante la sua vita, Boemondo non appare mai come Principe di Taranto, una madornale forzatura forse per rafforzare le origini pugliesi, in cui sono caduti molti scrittori. Ci troviamo di fronte ad “un’attribuzione indebita di titoli” poiché questo titolo fu utilizzato per la prima volta solo nel 1132, ossia 14 anni dopo la sua morte, da Ruggero II di Sicilia e applicato retroattivamente a Boemondo prima nel 1153 come “Antiocenus et Princeceps Tarentinus” nel Codice diplomatico barese.

Ma torniamo in Calabria. Se Boemondo venne al mondo nel 1051, come riferiscono altri biografi, nel 1065 aveva compiuto 14 anni, un’età considerata matura da quegli audaci guerrieri venuti dal nord Europa per impugnare la spada. Mi direte voi cosa c’entra il 1065? Nelle “Carte Latine” pubblicate dal Pratesi il 31 marzo del 1065 avviene la dedicazione della Chiesa abbaziale della Matina a Santa Maria. La consacrazione fu celebrata dall’arcivescovo Arnolfo di Cosenza (che ebbe un ruolo importante in Terrasanta), da Oddone vescovo di Rapolla (cittadina lucana) e da Lorenzo vescovo di Malvito, alla presenza della coppia ducale, Roberto Altavilla alias il Guiscardo, e la Principessa longobarda Sikelgaita. In quell’occasione il vescovo malvitano Lorenzo verrà indennizzato con la somma di 30 schifati d’oro, per l’esproprio delle terre della Matina e circostanti, assegnate al nuovo monastero. Tra le terre assegnate in dote alla Principessa Sikelgaita e tolte al vescovo Lorenzo, figura anche un “Vicus” di nome Prato (ancora oggi esistente), abitato da piccoli proprietari, pubblici funzionari e monaci, fra cui spicca il nome di un certo “eius fratis Urso”. Chi è questo misterioso frate Urso, che si affaccia per la prima volta alla storia e che in altre occasioni troviamo con il nome di Abate Ursus? E, soprattutto, cosa potrebbe ricondurlo alle vicende di Boemondo?

Sono necessarie alcune considerazioni: Boemondo fu uno di quei temerari condottieri che parteciparono alla prima crociata nel 1096 con un contingente formato soprattutto da calabresi. Qualche anno prima, con esattezza il 20 novembre del 1092, accompagna papa Urbano II (il Pontefice che promosse la guerra santa) ad Anglona, in Puglia, mentre nei due giorni antecedenti al 20, il 18 novembre dello stesso anno, la presenza di Papa Urbano II viene documentata presso il monastero della Matina. Non si capisce bene quale sia il motivo di questa visita. In tale circostanza Papa Urbano II incontra, anche se non menzionati nella bolla papale, Boemondo, il Vescovo di Malvito, e probabilmente anche il monaco Urso o Ursus. Da cosa lo si deduce? Il vescovo di Malvito era l’autorità religiosa più alta del territorio, non poteva di certo mancare a questo segreto incontro con il Pontefice. Su Ursus ci sono tantissimi indizi che inconfutabilmente lo legano al territorio nel triangolo Malvito-Altomonte-San Marco Argentano.

Cinque anni dopo la dedicazione della Matina, nel 1070, troviamo presente il religioso ad Orval in Belgio, con un gruppo di monaci della Calabria come fondatore della celebre Abazia cistercense la cui sala capitolare viene edificata ad immagine e somiglianza della sala capitolare di San Marco Argentano. Tutto ciò, viene attestato non solo dal sito ufficiale dell’abazia di Orval e da una pietra marmorea collocata all’ingresso della stessa, ma anche da Giles D’Orval, un monaco e storico cistercense autore nel 1247 delle “Gesta episcoporum Leodiensium” che proprio in quella Abazia trascorse gran parte della vita.

Delle origini calabresi di Ursus, parla anche N. Tijaer nella “Istuar De L’Abbei d’Orval” nel 1967, attingendo da fonti molto più antiche ed aggiungendo che nel 1099, nel periodo della prima crociate, l’abate Ursus, avviò a Gerusalemme l’Ordine di Nostra Signora di Sion, che fu la prima cellula del rinomato Priorato di Sion. Argomento ripreso poi nel celebre “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln e rilanciato, sia pure in versione romanzesca, da Dan Brown ne “Il codice da Vinci”.

E la croce reliquario trovata a Pauciuri, che nella simbologia richiama in tutto e per tutto la cultura templare? Qui mi fermo ad una sola considerazione, anche se ci sarebbero da dire tantissime cose che aprono delle prospettive di ricerca conducendo all’abate Ursus: la provenienza della croce, realizzata in Terrasanta tra l’XI e il XII secolo, nel periodo della prima crociata che segna anche la nascita in blocco di alcuni Ordini cavallereschi come il Priorato di Sion, l’Ordine dei Cavalieri Templari e gli Ospitalieri o Giovanniti documentati attorno al 1300 anche a Malvito. Mi sia consentito pensare come non ad un caso, il fatto che la croce porti stilizzato il nome di Giovanni; come non è un caso che essa provenga specificamente da un’area siro-palestinese suddivisa dai Crociati, chiamata Antiochia, su cui regnò Boemondo d’Altavilla con il titolo di Principe. Alla luce di quanto detto, è legittimo ipotizzare un nesso tra la croce reliquario di Pauciuri, l’Abate Ursus e il Principe Normanno.

Tornando agli anni giovanili di Boemondo, la bilancia pesa nettamente a favore delle sue origini calabresi, ed io, avvalendomi di quello che in giurisprudenza viene definito come “ragionevole dubbio”, rimango fortemente ancorato alla mia convinzione che Boemondo sia nato nella nobile cittadina lambita dal Fullone, e che le sue vicende si intreccino strettamente con quelle dell’Abate Ursus.

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