15 Set Giovanni Multari, l’architettura della memoria
La Calabria (Cosenza) come origine, Napoli come laboratorio, l’Europa come orizzonte, il Mondo per i tanti premi e riconoscimenti

Ci sono architetti che progettano edifici ed architetti che costruiscono relazioni. Relazioni tra luoghi e persone, tra memoria e contemporaneità, tra storia e futuro. Giovanni Multari, sin dagli esordi, non ha fatto mistero di chi tifare, con la sua scelta decisa per un’architettura che non nasce dalla ricerca dell’effetto spettacolare, né dall’ossessione dell’immagine iconica, ma da un lungo processo di ascolto dei luoghi, di studio della loro storia, di comprensione delle loro trasformazioni. Un’architettura che rifugge ogni gesto autoreferenziale, per farsi strumento di interpretazione del paesaggio costruito, nella convinzione che ogni progetto debba aggiungere un nuovo capitolo ad una storia già iniziata, e mai interromperla.
Nato a Cosenza nel 1963, si laurea in Architettura all’Università Federico II di Napoli nell’anno accademico 1989-1990, conseguendo successivamente il Dottorato di ricerca in Progettazione Urbana. Dal 1995, insieme a Vincenzo Corvino, fonda lo studio Corvino+Multari, oggi una delle realtà più autorevoli dell’architettura italiana contemporanea, conosciuta a livello internazionale per l’attività di progettazione, restauro, recupero dell’architettura moderna e rigenerazione urbana. Parallelamente svolge un’intensa attività accademica presso il Dipartimento di Architettura della Federico II, dove insegna Progettazione architettonica e urbana e partecipa alla formazione di nuove generazioni di progettisti.
Eppure, prima ancora di Napoli, di Milano, di Bruxelles o di Hong Kong, esiste una “geografia” che continua a riaffiorare nei suoi progetti e nella sua riflessione teorica. È la sua Calabria: non semplicemente un luogo di nascita, ma un’origine culturale, una grammatica dello sguardo, un modo di leggere il territorio e la città. Questa calabresità di Multari non è però esibita come appartenenza identitaria o come richiamo sentimentale. È qualcosa di più profondo. Potremmo dire che è un’appartenenza concettuale, filosofica e anche “tecnica” e di metodo: è il modo stesso in cui osserva il paesaggio. La regione bruzia, con i suoi centri storici arroccati, i paesi che convivono con l’abbandono, le città costruite per stratificazioni successive, i territori fragili sospesi tra montagne e mare, gli ha insegnato che ogni luogo possiede una memoria e che ogni trasformazione, per essere autentica, deve partire dal rispetto di quella memoria.

di Catanzaro (foto, Studio F64)
Quando gli si chiede quanto questa terra continui ancora oggi a influenzare il suo lavoro, Multari risponde senza esitazioni che «la Calabria non è soltanto il luogo dove sono nato. È il primo paesaggio che ho imparato a leggere. I territori fragili, le stratificazioni, il rapporto continuo tra natura e costruito, sono esperienze che inevitabilmente ritornano nel modo in cui progetto.» Una risposta che non ha il sapore della nostalgia, ma quello della consapevolezza. Perché, in effetti, tutta la sua produzione professionale e scientifica sembra ruotare attorno a un’idea semplice quanto rivoluzionaria: il progetto non nasce mai da una pagina bianca.
È questa convinzione che attraversa le sue principali pubblicazioni – Architettura pro-esistente, Architettura e paesaggio per l’esistente, Making Place, Eredità in Architettura – e che costituisce la cifra teorica di tutta la sua ricerca. Non esiste una contrapposizione tra antico e moderno, tra conservazione e innovazione. Esiste piuttosto un dialogo continuo, nel quale il nuovo trova legittimità solo se è capace di comprendere ciò che lo precede.

di Catanzaro (foto, Mario Ferrara)
«Ogni luogo possiede una memoria che non può essere ignorata», spiega. «Il progetto contemporaneo non dovrebbe sostituirsi alla storia, ma dialogare con essa.» In questa frase è probabilmente racchiuso il manifesto della sua estetica. L’esistente non rappresenta un limite imposto al progettista, ma la più preziosa delle risorse. È materia viva, da interpretare e trasformare senza cancellarne l’identità.
La scelta di trasferirsi a Napoli, per studiare e poi costruire la propria carriera, non rappresenta quindi un allontanamento dalla Calabria. Al contrario, diventa il luogo dove quella sensibilità maturata nel Mezzogiorno trova una dimensione teorica e progettuale più ampia. Napoli è una città stratificata, complessa, continuamente sospesa tra conservazione e trasformazione, laboratorio ideale per un architetto che considera il progetto come un dialogo permanente con il tempo. All’Università Federico II, dove oggi è professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana, Multari ha sempre rifiutato l’idea di un’accademia distante dalla professione. La ricerca universitaria e il cantiere, nella sua esperienza, convivono continuamente. L’insegnamento alimenta il progetto e il progetto restituisce continuamente nuove domande alla ricerca.
Non è un caso che negli ultimi anni la sua attività scientifica si sia sviluppata attraverso collaborazioni internazionali con la Université Libre de Bruxelles, l’ENSA Nantes, la Chinese University of Hong Kong, la Warsaw University of Technology, il Laboratorio Nervi del Politecnico di Milano e il progetto europeo RECUBE, dedicato proprio ai temi del riuso e della trasformazione del patrimonio costruito.

del grattacielo Pirelli di Milano
(foto, Marco Introini)
Ai suoi studenti ripete spesso un concetto che è anche il fondamento del suo metodo progettuale: «Il progetto nasce dall’ascolto. Non esistono ricette valide ovunque. Ogni luogo richiede una risposta diversa.» È un’affermazione che sembra semplice, ma che rappresenta una netta presa di posizione nei confronti di quell’architettura globale che tende invece a riprodurre ovunque gli stessi linguaggi.
La nascita dello studio Corvino+Multari, nel 1995, rappresenta uno dei momenti decisivi del suo percorso professionale. In oltre trent’anni di attività, lo studio ha costruito una propria identità riconoscibile senza mai cedere alla tentazione dello stile come marchio di fabbrica. Le loro opere non sono immediatamente riconoscibili da un lessico formale ricorrente; lo sono invece per il metodo con cui affrontano ogni progetto.
Il grande architetto portoghese Manuel Aires Mateus, presentando il loro lavoro, osserva che ogni intervento nasce come un’indagine, senza immagini precostituite, cercando ogni volta “la risposta corretta”. È probabilmente questa la definizione più efficace del loro approccio: non imporre una forma, ma lasciarla emergere dall’interpretazione del luogo.
Tra le numerose opere realizzate dallo studio, colpisce come molte abbiano un forte legame con la regione d’origine. È quasi un ritorno ab ovo, ma con uno sguardo ormai maturato attraverso esperienze internazionali. Piazza dei Bruzi a Cosenza, insignita della Targa d’Argento del Premio Europeo Luigi Cosenza; il Programma Integrato “I Rivocati”; la sede dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza; la riqualificazione di numerosi contesti urbani; fino alla nuova Procura della Repubblica di Catanzaro. Opere diverse tra loro, ma unite dalla medesima idea di città come organismo vivente, da trasformare senza interromperne la continuità storica.
È poi Catanzaro a rappresentare forse la sintesi più compiuta del suo modo di intendere l’architettura, con l’intervento, raccontato anche nel volume Costruire nella città, curato da Marco Mulazzani, che recupera e rifunzionalizza l’ex convento dei Frati Minori Osservanti, successivamente trasformato in Ospedale militare affacciato su Piazza Stocco, destinandolo a nuova sede della Procura della Repubblica. Non si tratta semplicemente di un restauro, né di un ampliamento. È un’operazione di ricucitura urbana, nella quale la nuova architettura dialoga con quella storica senza cercare imitazioni né contrapposizioni. Questo lavoro di Corvino e Multari ha ricevuto un prestigioso riconoscimento nell’ambito dell’edizione 2023 del Premio In/Architettura, promosso dall’Istituto Nazionale di Architettura e dall’ANCE, in collaborazione con Archilovers, all’interno della sezione “I premi nazionali per interventi di riqualificazione edilizia”.
Il progetto introduce quella che gli autori definiscono una “corte contemporanea”, costruita con linguaggi, tecnologie e materiali moderni, ma profondamente rispettosa dell’impianto tipologico dell’antico convento. Il nuovo edificio non cerca il protagonismo. Costruisce continuità. Completa senza sopraffare. Multari racconta questa esperienza con parole che rivelano una precisa idea di architettura pubblica: «L’obiettivo era restituire alla città un luogo importante senza snaturarlo. L’architettura pubblica deve produrre qualità urbana prima ancora che edifici.»

(foto, Nicola Paternuosto)
In questa frase c’è probabilmente tutta la sua idea di progetto. L’edificio non è mai un oggetto isolato. È sempre una parte della città, della sua memoria e della sua vita civile. Lo stesso principio aveva guidato uno degli interventi che gli ha dato maggiore notorietà internazionale: il restauro del Grattacielo Pirelli di Milano, capolavoro assoluto di Gio Ponti. Un’opera delicatissima, nella quale la conservazione del patrimonio moderno si confrontava con le esigenze della contemporaneità. Nel 2006 quel lavoro viene insignito della Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana, assegnata dalla Triennale di Milano, oltre a numerosi altri riconoscimenti europei dedicati al restauro.
Ma, anche in questo caso, Multari invita a guardare oltre il premio. Per lui restaurare non significa congelare un edificio nel tempo, né trasformarlo in un monumento immobile. Significa comprenderlo profondamente, entrare nella sua logica costruttiva e culturale per consentirgli di continuare a vivere. Questa attenzione verso il patrimonio costruito spiega anche perché il suo lavoro sia oggi considerato un punto di riferimento nel dibattito internazionale sulla rigenerazione urbana. Eppure, parlando di rigenerazione, Multari preferisce cambiare prospettiva.

«Preferisco parlare di rigenerazione culturale», osserva. «Le città cambiano davvero quando cambia il modo in cui le comunità le abitano.» È una distinzione sostanziale. Perché significa spostare l’attenzione dagli edifici alle persone, dall’oggetto architettonico ai processi sociali che lo attraversano. L’architettura diventa così uno strumento per costruire cittadinanza, appartenenza, qualità della vita. In fondo è proprio questa la lezione che sembra provenire dalla sua Calabria. Una terra spesso raccontata attraverso le sue difficoltà, ma che Multari continua invece a considerare un laboratorio straordinario di complessità urbana e culturale.
«Il Sud», afferma, «non è soltanto un problema da risolvere. È soprattutto un patrimonio straordinario di complessità. Servono progetti capaci di riconoscere questa ricchezza, non di cancellarla.» È una frase che va oltre il dibattito architettonico. È una riflessione civile, quasi politica, sul destino dei territori meridionali. Perché progettare, nella sua visione, significa innanzitutto riconoscere il valore di ciò che esiste, anche quando appare fragile, marginale o incompiuto.
Ridurre Giovanni Multari alla definizione di “architetto calabrese” sarebbe certamente limitante. Ma sarebbe altrettanto riduttivo dimenticare quanto la Calabria abbia inciso sul suo modo di guardare il mondo. Nei suoi edifici non compaiono citazioni regionalistiche né richiami identitari. Piuttosto, riaffiora continuamente un metodo: quello dell’ascolto, della pazienza, della stratificazione, della convinzione che ogni progetto debba nascere dalla conoscenza profonda dei luoghi.
Da Cosenza a Napoli, dalla Procura di Catanzaro al Grattacielo Pirelli, dalle aule universitarie della Federico II ai tavoli di ricerca con Bruxelles, Nantes, Hong Kong e Varsavia, Giovanni Multari ha costruito un percorso coerente e riconoscibile, dimostrando che la periferia geografica può diventare un osservatorio privilegiato per leggere le grandi trasformazioni dell’architettura contemporanea.
In un’epoca in cui troppo spesso il progetto rincorre la spettacolarità dell’immagine e la velocità del consumo, la sua opera continua a ricordare che costruire significa soprattutto assumersi una responsabilità nei confronti del tempo. Ogni edificio, ogni spazio pubblico, ogni restauro è una conversazione con chi ci ha preceduti e con chi verrà dopo di noi. Ed è forse questa la più autentica eredità dell’architettura di Giovanni Multari: aver dimostrato che il futuro non si inventa cancellando la memoria, ma imparando ad abitarla con intelligenza, misura e rispetto.
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