25 Lug Francesco Scaramuzzino, il jazz come narrazione dell’anima
Con l’ultimo cd-capolavoro “Evening Conversations”, il pianista calabrese racconta ciò che le parole non sanno dire

ultimo disco-capolavoro
di Francesco Scaramuzzino
Ci sono dischi che si limitano a riempire il silenzio, e altri che, invece, lo abitano. Ci sono dischi che si ascoltano, e altri che si attraversano. Evening Conversations, ultimo lavoro del pianista e compositore calabrese Francesco Scaramuzzino si fa attraversare dal silenzio, e non come semplice successione di brani, ma come un racconto musicale in nove capitoli, un viaggio nel quale scrittura, improvvisazione e memoria convivono senza mai entrare in conflitto.
Il nuovo cd non si consuma al primo giro, ma si rivela progressivamente, come un libro destinato a mostrare nuovi significati ogni volta che lo si riapre. Più che una raccolta di composizioni, è un organismo narrativo, un percorso in nove episodi nei quali scrittura, improvvisazione, memoria e ricerca convivono in un equilibrio raro, costruendo un linguaggio che appartiene pienamente al jazz contemporaneo, ma che guarda costantemente oltre i suoi confini.
Pubblicato da Barly Records e prodotto dallo stesso Scaramuzzino insieme a Vittorio Bartoli e Roberto Lioli, Evening Conversations rappresenta probabilmente il punto di maggiore maturità di un percorso artistico sviluppato negli anni con grande coerenza e rigore. La cifra che attraversa l’intero lavoro potrebbe identificarsi con quella dell’equilibrio: tra la solidità della forma e la libertà dell’improvvisazione, tra il pensiero compositivo europeo e il lessico afroamericano, tra il controllo della scrittura e il rischio dell’invenzione istantanea.
Questa sintesi non nasce da una semplice contaminazione di linguaggi, ma da una loro autentica assimilazione. Le radici classiche di Scaramuzzino convivono naturalmente con il jazz moderno, senza che nessuna componente prevalga sull’altra. E così la composizione non è mai una gabbia, come l’improvvisazione non diventa mai esercizio di virtuosismo: entrambe partecipano alla costruzione di un unico discorso musicale, fluido e coerente.

Il cuore pulsante del disco è il cosiddetto interplay. È qui che il trio raggiunge il suo livello più alto. Il pianoforte rinuncia consapevolmente a qualsiasi ruolo egemonico; il contrabbasso di Tommaso Pugliese e la batteria di Alessandro Marzano non svolgono una funzione accompagnatoria, ma assumono un ruolo pienamente coautoriale e paritetico. Le tre voci si intrecciano secondo una concezione quasi contrappuntistica, redistribuendo continuamente responsabilità melodiche, armoniche e ritmiche.
La batteria evita costantemente la funzione di semplice scansione metrica, lavorando piuttosto sulla microdinamica, sul colore timbrico e sulla costruzione di tensioni interne. Il contrabbasso, dal canto suo, non si limita a sostenere l’armonia, ma sviluppa un vero discorso melodico autonomo, spesso in dialogo serrato con il pianoforte. Il risultato è una forma di jazz profondamente cameristica, nella quale ogni intervento modifica il corso della narrazione e ogni silenzio possiede la stessa importanza delle note.
Il titolo Evening Conversations racchiude perfettamente la poetica dell’intero progetto. Le conversazioni della sera sono quelle in cui il linguaggio si fa più autentico, libero e intimo, in cui le difese si abbassano e il pensiero assume una diversa profondità. Così avviene anche nella musica di Scaramuzzino: ogni composizione appare come una confidenza affidata al pianoforte, una riflessione intima che prende forma attraverso il dialogo costante con gli altri strumenti.

Il suo pianismo colpisce innanzitutto per la qualità del tocco. Il fraseggio evita ogni ridondanza, preferendo una cantabilità misurata, capace di respirare attraverso pause, sospensioni e sottili variazioni dinamiche. L’articolazione del discorso armonico rivela una conoscenza profonda della tradizione jazzistica europea, ma anche della musica del Novecento storico, con frequenti aperture modali, sovrapposizioni politonali e raffinate tensioni cromatiche che ampliano continuamente l’orizzonte tonale senza mai perdere chiarezza espressiva. È inevitabile pensare, per affinità di sensibilità, più che per semplice influenza, a figure come Bill Evans, John Taylor, Enrico Pieranunzi, Brad Mehldau. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questi riferimenti. Scaramuzzino ha ormai sviluppato una voce pienamente riconoscibile, nella quale convivono la disciplina della formazione classica, la libertà del jazz contemporaneo e una concezione della scrittura vicina alla musica da camera, dove ogni elemento concorre all’equilibrio dell’insieme.
Tra gli episodi più significativi emerge naturalmente la title track, costruita su un linguaggio armonico sofisticato nel quale trovano spazio anche procedimenti derivati dalla scrittura seriale novecentesca. Tuttavia, ciò che potrebbe apparire come una scelta intellettualistica viene completamente assorbito nel flusso narrativo. Nulla suona dimostrativo: la complessità diventa espressione naturale del pensiero musicale.
Uno dei vertici dell’album è senza dubbio 14, raffinata rilettura del Preludio in do minore dal Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach. Il numero rimanda alla celebre simbologia numerologica legata al nome del compositore (B+A+C+H=14), ma il riferimento colto non si traduce mai in citazione o esercizio accademico. Scaramuzzino scompone il materiale originario, lo ricolloca in una nuova architettura metrica e armonica, ne conserva soltanto alcuni nuclei genetici trasformandoli in materia viva per l’improvvisazione. Più che un omaggio al grande compositore di Bonn, è questo un autentico dialogo attraverso i secoli, nel quale il sommo Bach continua a parlare con sorprendente attualità.
Di straordinaria intensità emotiva è Mio Sud, costruita sulla poesia del lametino Franco Costabile, grandioso nelle sue liriche neorealiste, affidata alla voce intensa e misurata di Michela Lombardi. Qui la musica rinuncia definitivamente a ogni funzione descrittiva per trasformarsi in memoria condivisa. Il testo poetico si fonde con il tessuto improvvisativo senza mai sovrapporvisi, generando uno dei momenti più profondi dell’intero disco, dove identità, radici e coscienza civile si incontrano in una dimensione di rara autenticità.
Altrettanto intensa è Antonio e Matisse, dedicata ad Antonio Scaramuzzino. Una composizione in cui l’elemento autobiografico rimane sempre suggerito, mai esplicitato, con la sa scrittura che evita qualsiasi sentimentalismo, preferendo affidare alle sfumature armoniche e al dialogo tra gli strumenti il compito di trasformare una vicenda personale in esperienza universale.

con Aldo Mazza, Dave Howard e Frank Marino
Di sorprendente delicatezza è anche Il tempo sospeso, affidata alle sonorità del Fender Rhodes (piano elettrico). Qui il timbro elettronico non rappresenta una rottura rispetto all’impianto acustico dell’album, ma ne amplia la tavolozza espressiva. Il lungo dialogo con il contrabbasso costruisce una dimensione quasi sospesa, fatta di respiri, risonanze e silenzi che sembrano dilatare la percezione del tempo, regalando uno dei momenti più lirici dell’intero lavoro.
Ciò che colpisce maggiormente di Evening Conversations è comunque la totale assenza di qualsiasi compiacimento tecnico. La padronanza strumentale dei tre musicisti rimane costantemente al servizio della narrazione. Nessun assolo cerca l’effetto spettacolare. Nessuna soluzione armonica appare gratuita. Ogni scelta nasce da una precisa necessità espressiva.
In questo senso Francesco Scaramuzzino occupa oggi una posizione originale all’interno del panorama jazzistico italiano. Pianista, compositore, direttore della Cortale Jazz Orchestra, docente e ricercatore, ha costruito negli anni un percorso lontano dalle mode e dalle semplificazioni, privilegiando la ricerca di un’identità artistica autentica rispetto alla ricerca del consenso immediato.
Anche il lavoro di produzione firmato da Vittorio Bartoli e Roberto Lioli contribuisce in maniera determinante al risultato finale. La registrazione privilegia un suono caldo, naturale e profondamente dinamico, restituendo tutta la ricchezza timbrica degli strumenti senza ricorrere ad artifici. L’immagine sonora mantiene intatta la dimensione acustica del trio, valorizzandone le sfumature dinamiche, le risonanze e la complessità dell’interazione.
In un’epoca nella quale molta produzione jazzistica sembra inseguire l’immediatezza dell’impatto o la contaminazione come semplice cifra estetica, Evening Conversations sceglie invece la profondità del pensiero musicale. È un disco che richiede tempo, concentrazione e disponibilità all’ascolto, ma che proprio per questo continua a restituire significati anche dopo numerosi repeat.
Nel jazz, come in molti altri generi musicali, esiste una forma di coraggio che non coincide con la velocità, con l’eccesso o con la continua ricerca del limite. È il coraggio della lentezza: quello di lasciare respirare una nota, di affidarsi al silenzio, di costruire un dialogo anziché un’esplosione. L’intimismo non è una rinuncia all’invenzione, ma una sua forma più profonda, perché invita l’ascolto a entrare nello spazio sottile delle sfumature, dell’equilibrio, della misura.
Di fronte al parossismo e all’illimitata libertà di una parte del free jazz che talvolta sembra fare dell’assenza di confini un valore in sé, questa idea di musica ricorda che anche il limite può essere fertile. La disciplina, il rispetto reciproco tra gli strumentisti, il tempo che si dilata e il suono che non ha fretta di affermarsi, restituiscono alla musica una dimensione umana, meditativa. Non è una contrapposizione tra libertà e regola, ma tra il gesto che cerca continuamente di superarsi e quello che trova la propria verità nell’essenzialità. Perché, spesso, il jazz più intenso non è quello che dice tutto, ma quello che lascia spazio a ciò che ancora può essere ascoltato.
Con questo album Francesco Scaramuzzino, insieme a Tommaso Pugliese e Alessandro Marzano, firma probabilmente la prova più compiuta della propria carriera. Un’opera capace di ricordarci che il jazz può ancora essere luogo di riflessione, di ricerca e di autentica poesia sonora. In un tempo dominato dalla velocità e dalla frammentazione, Evening Conversations invita a rallentare. A sostare dentro il suono. A lasciarsi guidare da un dialogo che non offre risposte facili, ma apre continuamente nuove possibilità di ascolto.
Più che un disco, è dunque un romanzo senza parole. Un’opera in cui ogni composizione è un capitolo, ogni improvvisazione una pagina ancora da scrivere e ogni silenzio un frammento di senso. La conferma definitiva di un autore che, con discrezione, rigore e una rara profondità e sensibilità culturale, sta costruendo una delle voci più autorevoli, libere e originali del jazz italiano contemporaneo.
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