15 Ott Duonnu Pantu e il respiro di Aprigliano
Dal prete-poeta “scandaloso” al ricercatore Tonino De Paoli che ne svela il segreto: quattro secoli di libertà di un paese che non ha mai smesso di pensare in versi
di Rocco Femia

ad Aprigliano
Ho avuto il privilegio di leggere questo libro prima della sua presentazione ufficiale, e ringrazio l’autore Tonino De Paoli di avermelo permesso. Non è un privilegio qualunque, perché Duonnu Pantu e i Gapulieri non è soltanto un’opera di ricerca: è un viaggio dentro la memoria del nostro paese, dentro la nostra lingua dialettale e dentro noi stessi.
Da noi, l’aria profuma ancora di legna bruciata e di parole dette piano, per pudore o per complicità. È Aprigliano, dove le storie non si leggono: si tramandano. E tra queste storie, una ha continuato a vivere per secoli come una fiamma nascosta, alimentata dal sussurro dei più anziani e dalle risate maliziose dei più giovani. Da ragazzi ne conoscevamo il nome, e qualche verso sparso che circolava sottobanco, sussurrato nei bar o nelle veglie. Poesie che oggi chiameremmo “scandalose”, allora semplicemente proibite. Versi pieni di carne e di ironia, di desideri repressi e di un’umanità senza veli. Eppure, sotto quella superficie licenziosa, c’era una fame di verità che parlava più forte della morale.
Siamo cresciuti lì, tra le stesse colline, gli stessi silenzi, la stessa ironia che ha sempre salvato la nostra gente. E da ragazzi, tra una partita di calcio e una confessione sussurrata al parroco, circolavano quei versi proibiti – “di Duonnu Pantu” si diceva – che ci facevano ridere, arrossire e immaginare un mondo che ancora non capivamo del tutto. Erano poesie “sporche”, certo, ma anche straordinariamente vitali: raccontavano l’uomo, con le sue contraddizioni e la sua sete di libertà. Ricordo che in famiglia, durante certe serate d’estate, mio nonno li recitava sottovoce. Non capivo tutto – e non potevo capire tutto – ma quelle parole dialettali, dure, musicali, misteriose, mi restavano dentro.
Col tempo ho scoperto che “La Cunneide” e “La Cazzeide” non erano solo scherzi di paese: erano testi potentemente erotici, corrosivi e sociali insieme, capaci di dire ciò che nessun pulpito avrebbe mai potuto dire. E poi c’è un ricordo che mi appartiene come pochi: anch’io, come tanti della mia generazione, avevo quei testi ciclostilati, riuniti da qualcuno con cura clandestina, e li recitavo in famiglia, tra l’audacia adolescenziale e la passione per la recitazione. Ridevamo, certo, ma dentro quella risata si sentiva il sapore del rischio e della libertà.

Rileggerli oggi, dopo decenni, mi ha fatto sorridere e arrossire come allora, come un adolescente davanti a un segreto di paese – ma era parte del gioco, e lo è ancora. È come assistere a una liturgia profana: non serve capire ogni sillaba per sapere che dentro c’è la verità del popolo. Come cantava Fabrizio De André, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. E in fondo, anche i versi di Duonnu Pantu fioriscono da lì: dal basso, dalla vita reale, dalla libertà di dire tutto ciò che la Chiesa taceva. Forse è da lì che ho imparato che le parole possono essere pericolose, ma anche necessarie. Ma rileggendo oggi quelle poesie, ci si accorge che l’audacia di allora era anche una forma di profezia.
Dietro il riso e la carne, Duonnu Pantu descriveva una società licenziosa e ipocrita, dove il peccato non stava negli atti ma nelle intenzioni nascoste, nei desideri taciuti. Dietro la licenza linguistica, dietro l’erotismo esuberante, c’è una critica lucidissima alla società del suo tempo: alla morale doppia, alla religione come controllo, ai desideri occultati dietro il velo del pudore. E in certi versi sembra quasi di leggere il nostro presente, con le sue morali di facciata e la stessa fame di libertà. La sua condanna, senza sconti, all’ipocrisia del potere e dei costumi suona oggi come un monito ancora più attuale. Perché, in fondo, è la stessa ipocrisia che respiriamo oggi – solo con altri abiti: i social, la comunicazione patinata, le virtù esibite a comando.
Con il suo libro, Tonino De Paoli ha fatto quello che in pochi avrebbero avuto il coraggio di fare: ha riportato alla luce l’anima ribelle e scandalosa della poesia dialettale apriglianese, riscattando la figura di Duonnu Pantu, quel prete-poeta che la tradizione ha bollato come dissoluto, ma che era, in fondo, un riformatore, un uomo libero dentro una società che non lo era affatto. La sua tesi è coraggiosa e affascinante: Duonnu Pantu non sarebbe un uomo solo, ma una comunità poetica, una confraternita di scrittori, preti e intellettuali – i gapulieri – che scrivevano insieme, mescolando sacro e profano, fede e desiderio, latino e dialetto. Una sorta di laboratorio poetico ante litteram, in cui la risata era un modo per non cedere alla paura.

Una confraternita poetica nata nel cuore di un Seicento ossessionato dal peccato e dalla penitenza, eppure capace di raccontare la vita con ironia, coraggio e sensualità. Tonino, con il suo lavoro, non ha solo risolto un mistero: ne ha aperti altri, più umani e più profondi. E forse è anche grazie alla sua anima di musicista che il libro vibra come un corpo vivo: la sua scrittura ha una metrica interiore, un respiro da jazz, dove ogni pausa è già significato. E poi bisogna dire che dietro i nomi, i manoscritti e gli archivi che ha studiato con rigore quasi monastico, c’è il battito di una comunità di poeti, un’Aprigliano che, nei secoli, ha saputo custodire e reinventare la parola.
Una fucina di menti e di voci – e qui non posso non pensare con affetto agli amici apriglianesi che Tonino cita nel suo libro – persone che, come lui, hanno sentito il bisogno di chinarsi su Duonnu Pantu per interrogarlo, ciascuno con la propria sensibilità, il proprio linguaggio, la propria verità. Forse è questo, il nostro segreto: la scrittura, ad Aprigliano, è una forma di resistenza e di tenerezza insieme. È il modo che abbiamo per restare vivi, anche quando tutto spinge a tacere. Come scrive De Paoli, «la ricerca è scienza, e bisogna nutrirla di verità. E la verità altro non è che la corrispondenza ai fatti». E, più in là, ricorda come «alcuni, tacciandolo di immoralità e additandolo al disprezzo, hanno auspicato che i suoi versi fossero bruciati nelle pubbliche piazze […] Duonnu Pantu per costoro sarebbe un banditore di immoralità, un corruttore di costumi, in altre parole un poeta maledetto».
Rileggendo oggi le poesie di Duonnu Pantu – la Cazzeide, la Cunneide, la Pruvista – ci si accorge che non sono oscenità, ma radiografie dell’anima. Che dietro la licenza linguistica c’è la fame di libertà di un popolo intero, e che la risata, come spesso accade al Sud, è solo il modo più umano di non soccombere.

(Foto Luigi Le Pera)
Il sesso, nei suoi versi, non è peccato: è simbolo di vita, di energia, di resistenza contro l’ipocrisia. E in questo, il nostro poeta fu davvero un rivoluzionario, un “maledetto” ante litteram che anticipa, con la lingua dei poveri, la forza dei grandi satirici europei. Ecco perché il libro di Tonino De Paoli non è solo una ricerca: è una restituzione di dignità. Dignità a un poeta dimenticato, ma anche a un paese — il nostro — che per secoli ha coltivato poesia e ironia sotto il peso della storia. In fondo, Aprigliano non ha mai smesso di essere un piccolo laboratorio di parole, dove l’intelligenza popolare si fa canto e la memoria si trasforma in resistenza culturale.
Tonino ha saputo raccogliere tutto questo. Con pazienza, con amore, e con quella tenacia che solo chi appartiene davvero a un luogo può avere. Il suo libro è un ponte tra i secoli, ma anche tra le generazioni: un modo per dire che la Calabria non è solo terra di emigrazione, ma anche di poesia, di pensiero, di passione. E mentre chiudo queste righe, mi piace pensare che Duonnu Pantu, da qualche parte, sorrida di questa nuova rinascita. Perché dopo tanto silenzio, la sua voce torna a parlarci — e lo fa grazie a un uomo che gli ha restituito dignità, respiro e verità, con la forza limpida di chi ama davvero la sua terra. Un uomo di Aprigliano.
Photo credits – courtesy Rocco Femia\Radici – Luigi Le Pera
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