Curare il cuore, guidare il cambiamento

Giuseppe Patti, nato a Reggio Calabria, infanzia e gioventù a Palmi, tra i “Top Italian Scientists”, è il nuovo Presidente Eletto della Società Italiana di Cardiologia: un percorso tra vocazione, ricerca e visione della medicina

Giuseppe Patti nuovo Presidente Eletto della Società Italiana di Cardiologia

C’è un punto, spesso invisibile, in cui una traiettoria personale smette di essere soltanto biografia e diventa responsabilità collettiva. Per Giuseppe Patti, quel punto coincide oggi con l’elezione a presidente della Società Italiana di Cardiologia. Un incarico che non arriva all’improvviso, ma come esito naturale di un percorso costruito con metodo, studio e una determinazione che affonda le radici nella sua storia personale, tra Reggio Calabria e Palmi, dove ha trascorso infanzia e gioventù.

Non indulge nella retorica delle origini, Patti. Eppure, tra le pieghe del suo racconto, emerge una geografia interiore fatta di disciplina, concretezza e, come ammette lui stesso, anche di una certa “testardaggine” tipicamente calabrese. “Mi riconosco molto nell’attaccamento alle radici e nella determinazione”, dice. “Meno forse nell’estroversione che spesso si associa ai calabresi: sono piuttosto introverso”. Una doppia appartenenza, la sua, che si estende anche al Piemonte – terra professionale – di cui riconosce il rigore, ma non la rigidità.

Se dovesse raccontare l’inizio di tutto senza usare la parola “carriera”, partirebbe dalla curiosità. Ma, andando ancora più indietro, emerge un’immagine precisa: “Alla fine delle scuole elementari rimasi molto colpito dalle notizie sul primo trapianto cardiaco. Da quel momento decisi che sarei diventato medico, e cardiologo, con un ruolo anche universitario”. Una vocazione, dunque, precoce e lucida, sostenuta negli anni da un impegno costante.

Giuseppe Patti davanti al mare della sua Palmi (Rc)

La sua formazione e le esperienze internazionali gli hanno lasciato soprattutto un metodo: l’idea che la medicina sia un processo in continuo aggiornamento, che richiede confronto, revisione, apertura. Un approccio che si riflette nella sua attività scientifica, che lo ha reso un punto di riferimento in ambiti complessi come i meccanismi trombotici, le terapie antitrombotiche e ipolipemizzanti, fino alla cardiologia interventistica. Spiegare questi temi ai non addetti ai lavori significa riportarli all’essenziale: “Le terapie antitrombotiche servono a prevenire eventi molto gravi come infarti e ictus, ma senza causare complicanze come le emorragie. È un equilibrio delicato. La vera sfida è capire cosa è giusto per ogni singolo paziente”. Questa attenzione alla persona, prima ancora che alla patologia, attraversa tutta la sua visione della medicina. Non a caso, tra le lezioni più importanti apprese nel suo percorso, cita l’ascolto: “Non è una qualità accessoria, è parte integrante del lavoro. Capire un paziente non significa solo interpretare dati clinici”.

Accanto alla dimensione clinica, c’è quella accademica. E, per Patti, il punto più alto del suo lavoro sta proprio nell’integrazione tra ricerca, pratica e insegnamento: “È emozionante vedere come le innovazioni nate dalla ricerca migliorino la cura dei pazienti e poi vengano trasmesse a studenti e giovani colleghi. La medicina progredisce grazie a questo equilibrio”. Un equilibrio che torna anche nelle sue parole sul ruolo appena assunto alla guida della Società Italiana di Cardiologia. Tra le priorità, indica con chiarezza la necessità di ridurre la distanza tra ricerca e pratica clinica e di investire sulla formazione delle nuove generazioni. Senza enfasi, ma con concretezza.

Il futuro della cardiologia, del resto, si presenta complesso. “Viviamo più a lungo, ma con più patologie. Questo rende ogni decisione più articolata. E poi ci sono le innovazioni tecnologiche, straordinarie ma impegnative”. Tecnologia e medicina, per Patti, non sono in opposizione, ma richiedono equilibrio: “Possono migliorare moltissimo la qualità delle cure, ma non devono sostituire il rapporto umano”.

Il conferimento a Palmi del titolo di
“Socio onorario della Società Operaria
di Mutuo Soccorso”

Se si sposta lo sguardo oltre il piano professionale, emerge una dimensione personale fatta di affetti e memoria. I ricordi di Palmi sono vividi: i pranzi domenicali “sacri”, lo sport – pallavolo, basket, tennis – le esperienze da giovane dee-jay nelle radio locali, le amicizie costruite in un tempo senza smartphone, dove l’interazione era diretta e intensa. “Rimpianti? Forse uno: non aver imparato a suonare la chitarra, visto quanto amo la musica”.

Il legame con la Calabria resta forte, alimentato dagli affetti familiari e dalle amicizie, come quella con l’avvocato Giuseppe Saletta “il fratello che non ho mai avuto”. E nel ricordo delle figure che hanno segnato il suo percorso, tra quelli che non ci sono più, i genitori Rocco e Pina, gli zii Filippo e Maria, la sorella Antonella, e poi il cognato Cristoforo, i nipoti Attilio e Beatrice e naturalmente i suoi figli Carlo e Vittoria, si intreccia la gratitudine per chi lo ha sostenuto. “Sono legato a tutte le persone della Calabria conosciute nella mia vita, molte delle quali ancora vivono a Palmi, che incontro sempre con immenso piacere durante le mie, purtroppo ormai diradate, “puntate”. Lo stesso sentimento che riconosce nei pazienti: “La soddisfazione più grande è vedere chi abbiamo salvato tornare alla vita quotidiana. È lì che si misura davvero il senso del nostro lavoro”.

Sul piano più ampio, il suo sguardo sulla ricerca italiana è tutt’altro che pessimista: “La cardiologia in Italia è assolutamente all’avanguardia, a livello degli Stati Uniti e dei principali Paesi europei”. Una realtà spesso poco percepita, ma confermata dal ruolo di primo piano dei ricercatori italiani nei contesti internazionali.

E guardando alla sua terra d’origine, immagina anche una possibilità concreta: la creazione di poli super specialistici in Calabria capaci di attrarre competenze e far rientrare i “cervelli” emigrati. “Sarebbe un progetto molto attrattivo, ma richiede visione, coordinamento e risorse importanti”. Ai giovani medici, il suo consiglio resta semplice e diretto: non avere fretta, costruire solide basi, sviluppare senso critico e non perdere la motivazione. È quella, più di ogni altra cosa, a sostenere nei momenti difficili.

Con i figli Carlo e Vittoria

L’intervista si allarga ad altri quesiti. Qualche aggettivo per definire Novara e qualcun altro per Reggio Calabria: “la prima, elegante, austera, a dimensione d’uomo. La seconda, dicotomica, affascinante”. Il tratto peculiare del Suo carattere: “direi la disponibilità, l’apertura e la fiducia nei confronti delle altre persone”. Il principale pregio e difetto: “pregio: precisione e meticolosità. Difetto: eccessive precisione e meticolosità in alcuni casi”. Lettura preferita: “libri ‘legal-thriller’ e di storia dalla Prima guerra mondiale ai giorni nostri”. La parola da abolire nel migliore dei mondi possibili: “Le parole sono ciò che maggiormente abbiamo per esprimere il pensiero, che è caratteristica distintiva dell’uomo. Senza le parole non può esserci scambio, ma è fondamentale che, delle parole, ne faccia un uso corretto tanto chi le pronuncia, quanto chi le comprende”. Cosa salva se la sua casa brucia: “i miei ricordi fotografici cartacei, e i regali ricevuti a cui sono più affezionato”. E se brucia il suo ospedale: “ovviamente cerco di salvare più pazienti possibili”.

Alla fine dell’incontro, resta la sensazione che la nomina di Giuseppe Patti, anche per la sua personalità, non sia soltanto un passaggio istituzionale, ma il riflesso di una precisa idea di medicina: rigorosa ma non distante, innovativa ma ancorata alla realtà. Una medicina che tiene insieme precisione e ascolto, tecnologia e umanità. E forse è proprio da questo equilibrio – lo stesso che guida le sue scelte cliniche e il suo percorso personale – che può prendere forma una nuova fase per la cardiologia italiana.

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