Antonella Mazza, la grande sorpresa al basso e al contrabbasso

Originaria di Lamezia Terme (Cz), da anni a Parigi, è una delle poche donne specialiste di questo strumento a poter vantare una importante carriera nel jazz e nel pop

di Riccardo Guerrieri

Antonella Mazza, Foto Laurent Robert

L’appuntamento con Antonella Mazza è in un locale vicino casa sua, in un quartiere multiculturale del nord-est parigino, zona apprezzata dalle nuove generazioni di italiani venuti a vivere nella capitale. L’arrivo è un po’ in anticipo e si approfitta per visitare la chiesa di Notre-Dame-de-la-croix, che si presenta appena accanto l’uscita della Metro, in cima ad una vasta gradinata. Poco dopo, eccoci nel “bistrot”.  Conosciamo la carriera di questa donna originaria di Lamezia Terme (Cz) che si è fatta valere come contrabbassista e bassista nel mondo così competitivo della musica jazz e pop. C’è, dunque, emozione varcando la porta d’ingresso del locale, in cui si avanza cercando inutilmente una testa bionda fra i tavolini. Poi, d’istinto, ci si volta all’indietro ed ecco entrare la bella Antonella che ci raggiunge sorridente. Siamo gli unici europei, a quanto pare, nel locale. Chiediamo un tavolino un po’ lontano dall’ingresso. Ci sediamo. E comincia, senza fronzoli, l’intervista.

La carriera musicale. Sono stati i tuoi genitori a spingerti in questa direzione?

“Mio padre era un grandissimo appassionato di musica, quella di Dalla, Vasco Rossi, Gianna Nannini. Ma è stato per caso che trovandomi da una compagna di scuola, ho sentito suonare in una stanza vicina suo padre con la chitarra: era Nino Benincasa, un grande musicista, e così ho incominciato a prendere lezioni di nascosto dalla mia famiglia. Con Benincasa, che mi ha insegnato la lettura della musica e tutto il resto in modo rigoroso, abbiamo cominciato a suonare insieme, io in particolare alle note gravi. È successo così. C’erano amici che suonavano e tutti volevano imitare John Lennon e nessuno Paul McCartney. Mi hanno trovata ‘scarsa’ a suonare la chitarra, e mi hanno spinta a suonare il basso. Mi sono appassionata subito, avevo bisogno di avere una passione. Mi piaceva la lettura, e a casa mia avevo letto tutto quello che c’era disponibile. Con la musica, mi si è aperto un universo. Sono una iperattiva, ma sono negata per lo sport, almeno così mi hanno detto… Ricordo che una volta sul corso di Lamezia Terme c’erano dei ragazzi che parlavano di musica, e mi sono intromessa parlando di Dennis Chambers, con il loro stupore che conoscessi questo batterista. Non erano abituati. Ancor di più sorpresi quando gli dissi che suonavo il basso! Mi piace il basso, ma non sapevo che suonarlo fosse una cosa rara. A me piaceva e il ruolo mi confaceva. Sono passati più di 35 anni di basse frequenze! Dopo la laurea al DAMS di Cosenza, ho beneficiato di una borsa di studio e sono salita a Milano dove sono rimasta circa 15 anni: bellissimi!”.

Antonella Mazza e Riccardo Guerrieri in occasione dell’intervista

Dunque, ti è piaciuta la “grigia” Milano…

Quando ero in Calabria, mi sono iscritta ad una scuola di musica milanese che all’epoca era prestigiosa: la C.P.M.. Arrivavo in stazione al mattino, dopo un viaggio di notte, partecipavo alle lezioni e poi tornavo a casa lo stesso giorno. Quando ci penso, mi rendo conto della grandissima passione che sosteneva tutto questo. Milano era meta agognata, ed io finalmente mi sono trovata a viverci. La scaturigine e la genesi, dunque, sono state in Calabria. E se tutto è poi esploso a Milano, la Calabria è stata la culla dei sogni: lì c’era poco o nulla, e appunto potevo solamente sognare. Avevo qualche disco, che ascoltavo a ripetizione. Non conoscevo niente del mondo. A Milano ho avuto l’impatto che può avere una ragazza di provincia senza alcun parametro, ma ho iniziato presto a muovermi nella vita notturna in quello che forse è stato l’ultimo periodo della Milano cosiddetta ‘da bere’, con i locali sul Naviglio e musica dappertutto. Mi sono trovata proiettata in un ambiente vivace, a Corso Venezia c’era la scuola di Jazz di Franco Cerri e Enrico Intra, roba che leggevo sui giornali… La musica mi ha aperto molte strade e mi ha portato ad apprezzare ogni incontro e ad attaccarmi a varie persone cui ho dato fiducia e dalle quali sono stata ripagata. Ho avuto un insegnante coetaneo, il pianista Rossano Sportiello che ora vive a New York. È stato lui a farmi scoprire il jazz tradizionale di New Orleans. Poi ho iniziato a suonare con Lino Patruno. In questo periodo milanese, ho lavorato con Ron e Massimo Ranieri, e ho collaborato in televisione al programma comico di successo ‘Bulldozer’. Ho suonato occasionalmente con tanti altri artisti, non li ricordo tutti”.

Qual è stata la molla che ti ha spinta a lasciare l’Italia? Cosa ti è piaciuto a Parigi?

“Sono arrivata nella capitale francese dopo aver conosciuto una persona che ci abitava, e sono venuta qui per vivere il grande amore. Ben presto mi sono accorta che non era così, ma non sono voluta tornare in Italia, ho preferito restare e mettermi alla prova, ricominciando da zero. In Italia avevo una bella carriera più che avviata, ricevevo molte telefonate di lavoro, e qui sono ripartita dalle basi. Avevo, però, voglia di mettermi in gioco, è stata una sfida. Mi sono fatta coraggio, mi ha entusiasmato la dimensione europea e internazionale della città. Mio figlio è nato a Parigi nel 2010. Non avevo grandi contatti. Per un caso fortuito, una cantante canadese, Ndidi O, mi ha fatto chiamare dalla produzione per sostituire un bassista a me sconosciuto proprio quando ero tornata in Italia dopo un concerto fatto in Francia. Mi sono interrogata su cosa fare della mia vita… Ho preso questa chiamata come un’opportunità. La tournée è durata un paio d’anni, altre sono seguite e da quel momento ho tenuto come base Parigi”.

Antonella Mazza, Foto Jacky Moins

Quali sono i personaggi più importanti della tua vita musicale?

“Racconto qualcosa che potrebbe sembrare strano di questi ultimi quindici anni parigini Quando ho incominciato a suonare per David Hallyday, non sapevo chi fosse suo padre, cioè Johnny Halliday… Mi è capitato di conoscerlo nel 2015 mentre suonavo con il cantante Manu Lanvin, il figlio dell’attore Gérard. Ad un certo punto sale sul palco un tizio ubriaco che si mette a cantare. Il batterista mi spiega che è il grande Johnny, mentre il pubblico è in delirio. Era venuto a fare un pezzo con noi! Abbiamo fatto in seguito con il gruppo venti concerti in apertura all’ultima tournée di Johnny Halliday, prima che morisse. L’altra mia vita parallela è stata quella del jazz. Quando stavo in Calabria, ho suonato in prima parte con Michael Breker, a Roccella Jazz, dove si organizzava uno stage con John Patitucci e un gruppo dei migliori allievi è stato scelto per suonare in apertura del concerto di Breker. Sono stata pure proclamata miglior musicista del festival! Il jazz è stato sempre parte importante della mia vita. Ho suonato il contrabbasso ed il basso elettrico, due strumenti complementari, ma diversi. Il contrabbasso l’ho suonato in contesti diversi, pop e blues. Il contrabbasso per sua natura è sinonimo di jazz, e nel dixieland ho suonato tanti anni con Lino Patruno: mi piace la musica di New Orleans e adoro quella di Duke Ellington. Quando ero a Milano, suonavo in un’orchestra che rileggeva i suoi arrangiamenti più originali. Adoro lo swing ed il jazz mainstream. A Parigi si suona molto di più la ‘musique du monde’, un jazz contaminato dalla cultura africana con ritmi totalmente diversi. Vado spesso al cosiddetto tempio dello swing parigino, il ‘Caveau de la Huchette’, dove si pratica jazz comunicativo”.

I tuoi progetti per il futuro?

“Il 2025 è iniziato alla grande a dire il vero. Sono stata invitata al NAMM di Los Angeles. A questa grande fiera di musica e di musicisti, alla quale ho già partecipato varie volte si incontrano musicisti come Steve Wonder, Steve Gadd, Marcus Miller. Da Los Angeles sono stata invitata a tenere una Master Class alla prestigiosa scuola di musica di Boston, il Berklee College. In questo luogo mitico per i musicisti, nel quale avevo sognato di andare da studentessa, vedere il mio nome affisso come insegnante, mi ha emozionato enormemente. Ho saputo che tra l’altro ci sono due allievi italiani, uno di loro è di Lamezia. Da Boston sono tornata a Parigi per altri concerti e un progetto d’omaggio a Jimi Hendrix. Sono poi ripartita per New York per un concerto di beneficenza per Anthony Jackson, il grandissimo bassista che ha fatto la rivoluzione con il basso a sei corde. Jackson ha suonato con grandi musicisti come Petrucciani o Michel Camilo, e ha una discografia enorme. Ho avuto l’onore di partecipare a questo concerto con quelli che consideravo e considero i miei eroi: Victor Wooten, Stanley Clarke, Al Di Meola, Dennis Chambers, Omar Hakim. Quando ho visto entrare nel camerino dei musicisti Stanley Clarke, mi son sentita tremare le gambe e stavo per svenire. Io, la lametina, in questo pantheon di grandi musicisti! Mi sembrava impossibile. Ho suonato per il compleanno di Herbie Hancock ed in prima fila c’era Quincy Jones, ma stento ancora a crederci. Meno male che ci sono le foto a confermarmelo! Essere invitata al concerto per Antony Jackson, quel musicista i cui dischi da allieva ascoltavo per giornate intere. Malgrado il fatto che nella master class a Berklee l’ordine di apparizione fosse Antonella Mazza, Victor Wooten e John Patitucci, mi sento ancora la ragazza che doveva prendere a Lamezia la corriera alle sei, per arrivare al conservatorio di Cosenza alle otto, ed aspettare che aprisse.”

Quali sono attualmente le tue relazioni con la Calabria?

“Da quando mio padre è morto, due anni fa, ci vado raramente, ma sento sempre profondo il legame con la mia terra e gioisco della ‘calabresità’ che fa affermare i nostri conterranei, a cominciare naturalmente dal campo musicale: il percussionista Tarcisio Molinaro, per esempio, nell’orchestra di San Remo. A livello alimentare, quando posso, mangio alla calabrese: pasta al forno e melanzane ripiene, la mia passione; poi le polpette, e le cose della vecchia generazione che sfruttava tutte le parti del maiale. Mi piace cucinare per rilassarmi. Ho partecipato al Peperoncino Jazz Festival anni fa a Diamante, ed ho ricevuto a Crucoli un riconoscimento che mi ha profondamente emozionata durante il Premio Manente”.

E la tua vita parigina, come si svolge?

“Suono quasi tutti i giorni. In Francia notano il mio accento italiano, e sono sempre puntuale e pronta a rivendicare la mia italianità. Sono una ‘italiana vera’, tutti i miei documenti sono italiani. Voto al Consolato. Non ho nessuna intenzione di cambiare cittadinanza, anche se lavoro qui e sono ben integrata a Parigi”.

All rights reserved (© All rights reserved) – Photo credits: Jacky Moins (inclusa quella di copertina), Laurent Robert, su gentile concessione di Antonella Mazza

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